Un film fatto per Bene // Franco Maresco

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“Un film fatto per Bene”, diretto da Franco Maresco e uscito nel 2025, è un’opera irriverente che intreccia omaggio a Carmelo Bene, autoritratto e riflessione sul cinema. Presentato in concorso all’82ª Mostra di Venezia e distribuito da Lucky Red, non ha ottenuto premi dalla giuria del concorso principale. Il suo passaggio al festival ha però suscitato giudizi appassionati: all’entusiasmo per la libertà espressiva di Maresco si sono affiancate riserve sull’autoreferenzialità del progetto. È una tensione che attraversa tutto il film, sospeso tra il desiderio di comunicare una rabbia e la tentazione di rinchiudersi dentro di essa.

La vicenda prende avvio dalle riprese di un film dedicato a Carmelo Bene. Il set è attraversato da incidenti, ritardi e ciak ripetuti, finché il produttore Andrea Occhipinti decide di interrompere la lavorazione. Maresco denuncia un “filmicidio” e scompare. Tocca all’amico e collaboratore Umberto Cantone cercarlo, interrogando chi ha partecipato all’impresa e raccogliendo le tracce di un progetto apparentemente naufragato. Questa indagine costituisce la cornice narrativa di un racconto in cui documentario e finzione si confondono continuamente. Il regista mette in scena la propria assenza, ma resta il centro di ogni conversazione: cercare Maresco significa entrare nelle sue ossessioni, nei suoi rapporti umani e nella sua idea di arte. Il percorso si apre così a materiali d’archivio, frammenti di lavorazione e situazioni grottesche, richiamando anche l’esperienza di “Cinico TV” e il sodalizio con Daniele Ciprì. La comicità nasce dall’attrito tra l’ambizione artistica e la concretezza dei corpi, dei soldi, della stanchezza. Si ride di persone che non riescono a capirsi, di un’impresa che continua a incepparsi, dell’autorità di un regista esasperato. Ma quel riso conserva qualcosa di sgradevole. Maresco espone anche la crudeltà del proprio sguardo, rendendo difficile stabilire quando la provocazione illumini un comportamento e quando finisca per accanirsi su qualcuno. È proprio questa instabilità a dare peso al film: lo spettatore deve interrogare anche il piacere che ricava dallo spettacolo.

Tra le particolarità della lavorazione c’è la scelta di girare le sequenze del film su Bene in bianco e nero e su pellicola, facendo della materia cinematografica un elemento concreto del conflitto produttivo. Ogni ciak ripetuto costa: l’ostinazione ha conseguenze visibili. Un altro dettaglio significativo è che Occhipinti, produttore reale dell’opera, entra anche nel racconto del suo presunto fallimento. Il titolo aggiunge un’ulteriore ambiguità, giocando tra la dedica a Bene e l’idea di un film realizzato “per bene”. Proprio mentre promette un lavoro compiuto, l’opera ci conduce dentro l’incertezza del fare. Carmelo Bene diventa così una presenza che autorizza la deviazione, più che il soggetto di una biografia.

La riflessione più fertile di “Un film fatto per Bene” riguarda, a mio avviso, il rapporto tra libertà e responsabilità. Quanto può chiedere un artista agli altri in nome della propria visione? E quanto di quella visione sopravvive se viene adattato a ogni esigenza esterna? Maresco lascia aperta una contraddizione dolorosa: creare richiede ostinazione, ma l’ostinazione può ferire; accettare un limite permette di portare a termine un’opera, ma può anche impoverirla. Il fallimento diventa interessante perché rende visibile il prezzo delle scelte, comprese quelle compiute per difendere qualcosa che si ama. Sotto la rabbia del film si può leggere il timore di perdere un modo di stare al mondo. Per chi ha affidato al cinema la propria voce, l’impossibilità di fare un film riguarda anche l’identità: chi si diventa quando ciò che dava senso ai giorni sembra non avere più spazio? L’ostinazione di Maresco assume allora una fragilità che lo sberleffo non riesce a nascondere del tutto. Ed è lì che l’opera lascia la sua traccia più profonda, nel bisogno umano di continuare a dare forma a qualcosa anche quando il risultato è incerto, gli interlocutori si allontanano e persino la fiducia in sé stessi comincia a vacillare.

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