QUATTRO ANNI IN ATTESA

meloni 2022

C’è una certa sfacciataggine nel presentarsi, dopo quattro anni a Palazzo Chigi, con l’entusiasmo di chi ha appena ricevuto le chiavi. Giorgia Meloni sembra voler inaugurare adesso la stagione delle risposte concrete: il bollo, i carburanti, la scuola. Finalmente si interviene, finalmente si cambia, finalmente si protegge. Finalmente si fa qualcosa. Viene quasi da cercare il nome di chi abbia governato fino a ieri. Poi ci si ricorda che era sempre lei.

Il problema di questa improvvisa operosità è il calendario. Con il voto del 2027 all’orizzonte, il governo dovrebbe avere interesse a mostrare ciò che ha costruito. Invece torna a riempire la vetrina delle cose che farà. È una tecnica comoda: ogni nuovo annuncio occupa lo spazio nel quale dovrebbe comparire il consuntivo. Ai cittadini si chiede di guardare avanti proprio quando avrebbero diritto di voltarsi e controllare.

Prendiamo il bollo. Il provvedimento approvato il 16 settembre prevede un’esenzione per il 2027, su un solo veicolo entro i requisiti stabiliti; l’abolizione definitiva rimane un’intenzione da tradurre nelle prossime decisioni di bilancio. La distinzione merita attenzione: il beneficio ha già un anno preciso, quello delle elezioni, mentre la sua stabilità abita ancora il territorio delle promesse. Il risparmio si può mettere in locandina subito. Per il seguito, ripassare.

Anche sui carburanti la confezione politica rischia di diventare più importante del contenuto. Eni ha fissato sulla propria rete un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e di 2,19 per il diesel, con iniziative analoghe di IP/Q8. Sono interventi principalmente pubblicitari delle compagnie, sostenuti e rivendicati dal governo. Ben venga il sollievo per chi deve fare il pieno, ma trasformare un contenimento temporaneo dei prezzi nel certificato di una politica energetica riuscita richiede una notevole fiducia nella distrazione del pubblico. Il cartellone del distributore può indicare un risparmio; difficilmente contiene il bilancio di una legislatura in cui ci si era impegnati ad abolire le accise.

Sulla scuola arriva il limite del 30% per gli alunni con una conoscenza insufficiente dell’italiano, con nuove regole sulla composizione delle classi previste dal 2027-2028, insieme al divieto di burqa e niqab. Il tema delle competenze linguistiche è serio. Proprio per questo meriterebbe una discussione su insegnanti, risorse, percorsi di apprendimento e applicazione concreta delle norme. Una percentuale, però, ha un vantaggio formidabile: entra in un titolo. Il lavoro necessario per insegnare l’italiano entra molto meno facilmente in uno slogan. E quando la comunicazione insiste sugli “stranieri in classe”, anche i bambini diventano materiale per la contesa identitaria.

Il filo che unisce queste iniziative è la loro spendibilità politica: una tassa da togliere, un prezzo da esibire, un confine da tracciare. Tutto immediatamente riconoscibile. L’impressione è che Palazzo Chigi stia preparando una selezione accurata di immagini da portare alle urne, sperando che il montaggio finale renda superflua la visione del film.

Eppure Meloni deve rispondere dell’intero mandato. Deve spiegare quali risultati siano stati raggiunti sul potere d’acquisto, sulla sanità, sulla qualità del lavoro, sui servizi, sulla sicurezza, sulla gestione dei flussi migratori, sulle prospettive dei giovani. Deve confrontare gli impegni con gli esiti, indicare le promesse abbandonate e assumersi la responsabilità delle scelte. Per i risultati mancati serve una spiegazione, soprattutto quando sono state le proprie promesse a fissare il metro del giudizio.

È qui che dovrebbe scattare l’indignazione. I cittadini attraversano difficoltà reali, pagano imposte, finanziano lo Stato e si aspettano che le loro necessità pesino ogni giorno. Presentare un beneficio come una concessione personale della presidente del Consiglio altera questo rapporto: chi ha diritto a una politica efficace viene invitato a sentirsi debitore di chi la annuncia. È offensivo chiedere gratitudine per l’impiego di risorse pubbliche, come se il governo avesse aperto il proprio portafoglio.

Ancora più irritante è la rassegnazione con cui questo meccanismo viene spesso liquidato: sotto elezioni funziona così, lo fanno tutti. Una giustificazione che somiglia a una confessione. Se il tempismo elettorale decide quando i problemi diventano degni di attenzione, stiamo ammettendo che le esigenze delle persone valgono soprattutto quando possono produrre consenso. E se tutti lo fanno, cresce la necessità di contestarlo. La consuetudine può spiegare un comportamento; non gli conferisce dignità.

E poi c’è l’insistenza di Meloni sulle guerre, sulle crisi energetiche e sull’instabilità internazionale affrontate durante il mandato. La storia, però, non è rimasta in ferie fino al suo insediamento. Berlusconi dovette affrontare le conseguenze dell’11 settembre; Monti la crisi del debito sovrano del 2011, in un’Europa ancora segnata dalla crisi finanziaria del 2008, adottando pesanti misure di austerità; Renzi la minaccia del terrorismo jihadista e la stagione degli attentati in Europa; Conte l’esplosione della pandemia, con il Paese da proteggere e un’economia improvvisamente paralizzata; Draghi l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. Nessuno ricevette in dotazione un mondo tranquillo. Meloni, inoltre, ha ereditato anche una straordinaria opportunità: il PNRR da 209 miliardi tra sovvenzioni e prestiti, reso possibile dall’accordo europeo negoziato nel 2020 dal governo Conte e definito e approvato sotto il governo Draghi. Risorse vincolate a riforme e investimenti, certo, ma proprio per questo uno strumento concreto per trasformare il Paese. Nel bilancio devono entrare anche quelle. Ricordare le difficoltà ereditate e sorvolare sulle opportunità ricevute è un esercizio di memoria piuttosto selettivo. Governare comporta affrontare gli imprevisti: elencarli, alla fine, non può diventare un lasciapassare per sottrarsi al giudizio.

Quattro anni di governo non si liquidano né con gli ultimi annunci né con il catalogo delle avversità. Prima di chiedere un altro mandato, Meloni dovrebbe rendere conto di quello ricevuto. Il bollo si può sospendere. La memoria degli elettori sarebbe opportuno lasciarla in funzione.

Filippo Piccini

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