Il 29 settembre 1911 il Regno d’Italia dichiarava guerra all’Impero ottomano, aprendo il conflitto destinato a passare alla storia come guerra italo-turca o guerra di Libia. L’obiettivo del governo guidato da Giovanni Giolitti era ottenere il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, territori formalmente appartenenti all’Impero ottomano e corrispondenti a gran parte dell’attuale Libia. La decisione segnava uno dei momenti più importanti della politica coloniale italiana e avrebbe avuto conseguenze destinate ad andare ben oltre il Mediterraneo africano.
Per comprendere le ragioni della guerra bisogna inserirla nel clima imperialista dell’Europa dei primi anni del Novecento. Francia e Gran Bretagna avevano ormai costruito vastissimi imperi coloniali, mentre l’Italia, arrivata più tardi all’unità nazionale, disponeva soltanto dell’Eritrea e della Somalia e portava ancora il peso della disastrosa sconfitta di Adua del 1896. La Libia appariva così come uno degli ultimi territori dell’Africa mediterranea non ancora occupati direttamente da una potenza europea. Roma aveva inoltre raggiunto negli anni precedenti una serie di intese diplomatiche che rendevano Francia e Gran Bretagna sostanzialmente disponibili ad accettare un’espansione italiana nell’area.
A spingere Giolitti ad accelerare fu soprattutto la crisi marocchina del 1911. L’affermazione dell’influenza francese sul Marocco fece temere al governo italiano che un ulteriore rinvio potesse lasciare l’Italia definitivamente esclusa dalla spartizione coloniale del Nord Africa. Alla pressione internazionale si aggiungeva quella interna. Il giovane movimento nazionalista, costituitosi politicamente attorno all’Associazione nazionalista italiana, sosteneva con forza la conquista della Libia, mentre importanti giornali alimentavano nell’opinione pubblica l’idea di un territorio ricco, scarsamente difeso e pronto ad accogliere gli italiani. La guerra contribuì a rafforzare proprio quel nazionalismo che negli anni successivi sarebbe diventato sempre più aggressivo e antiliberale.
Il passaggio decisivo avvenne il 28 settembre 1911, quando l’ambasciatore italiano a Costantinopoli consegnò al governo ottomano un ultimatum che concedeva appena ventiquattro ore per accettare l’occupazione italiana della Tripolitania e della Cirenaica. La risposta ottomana tentò ancora di aprire una trattativa, ma Roma la giudicò insufficiente. Il giorno seguente, 29 settembre, arrivò la dichiarazione di guerra. Lo stesso Giolitti avrebbe successivamente ricordato che l’ultimatum era stato inviato il 26 settembre e che il 29 la guerra era stata formalmente dichiarata. La decisione fu presa senza una preventiva votazione del Parlamento, possibilità consentita allora dallo Statuto Albertino.
L’Italia immaginava una campagna relativamente rapida. La superiorità della Regia Marina consentì di isolare le coste libiche e, all’inizio di ottobre, cominciarono le operazioni militari. Tripoli fu bombardata il 3 ottobre e occupata nei giorni immediatamente successivi; seguirono Tobruk, Derna, Bengasi e Homs. Il corpo di spedizione italiano, inizialmente composto da alcune decine di migliaia di uomini, sarebbe arrivato nel corso della guerra a circa centomila soldati.
Le previsioni di una conquista facile, tuttavia, si rivelarono rapidamente sbagliate. Le forze ottomane arretrarono verso l’interno e organizzarono la resistenza insieme a decine di migliaia di combattenti locali. Tra gli ufficiali ottomani giunti clandestinamente in Libia vi furono anche Enver Pasha e il futuro fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Atatürk. Nell’ottobre del 1911 durissimi combattimenti nei dintorni di Tripoli dimostrarono quanto fosse illusoria l’idea secondo cui la popolazione libica avrebbe accolto gli italiani come liberatori. Alla resistenza seguì una repressione italiana particolarmente violenta, con migliaia di vittime tra la popolazione locale.
Nonostante la conquista delle principali città costiere, l’avanzata nell’interno rimase quindi molto più difficile del previsto. Il 5 novembre 1911 Vittorio Emanuele III proclamò formalmente l’annessione della Tripolitania e della Cirenaica, anche se il controllo italiano effettivo sul territorio era ancora molto limitato. La guerra si trasformò progressivamente in un conflitto più lungo e costoso, costringendo l’Italia ad aumentare le proprie forze e ad allargare le operazioni militari.
Il conflitto rappresentò inoltre un momento importante nella storia della tecnologia militare. Proprio in Libia gli italiani impiegarono per la prima volta l’aeroplano in operazioni belliche di ricognizione e bombardamento. Il 22 ottobre 1911 Carlo Maria Piazza effettuò una delle prime missioni aeree di ricognizione della storia militare, mentre poche settimane dopo gli aeroplani italiani furono utilizzati anche per sganciare ordigni. Quella che poteva sembrare una curiosità tecnologica anticipava in realtà uno degli elementi destinati a trasformare radicalmente la guerra nel corso del Novecento.
Per costringere Costantinopoli alla pace, nel 1912 l’Italia trasferì parte delle operazioni nel Mediterraneo orientale e occupò Rodi e numerose isole del Dodecaneso. A rendere infine inevitabile l’accordo contribuì soprattutto l’aggravarsi della situazione nei Balcani, dove l’Impero ottomano doveva fronteggiare minacce ben più immediate. Il 18 ottobre 1912, con il trattato di Ouchy, generalmente indicato come pace di Losanna, la guerra terminò. L’Italia consolidò il proprio dominio sulla Libia, mentre il Dodecaneso, che in teoria avrebbe dovuto essere restituito in seguito, rimase di fatto sotto controllo italiano.
La guerra iniziata il 29 settembre 1911 non coincise però con la reale conquista dell’intera Libia. La resistenza delle popolazioni locali continuò per molti anni e il dominio italiano sull’interno rimase fragile, soprattutto in Cirenaica. Solo nei primi anni Trenta il regime fascista sarebbe riuscito a completare militarmente l’occupazione del territorio attraverso una durissima campagna coloniale.
La guerra italo-turca del 1911-1912 rappresentò dunque molto più di una semplice guerra coloniale. Rafforzò il nazionalismo italiano, accelerò la crisi dell’Impero ottomano e contribuì a destabilizzare ulteriormente i Balcani proprio alla vigilia delle guerre balcaniche e, pochi anni più tardi, della Prima guerra mondiale. In Italia l’impresa fu celebrata da una parte della cultura dell’epoca, fino al celebre discorso di Giovanni Pascoli La grande proletaria si è mossa, ma incontrò anche una forte opposizione politica e intellettuale.
Quel 29 settembre 1911 segnò così l’ingresso dell’Italia in una nuova fase della propria storia coloniale: un progetto presentato allora come affermazione internazionale del giovane Stato unitario, ma costruito attraverso una guerra di conquista e destinato ad aprire una lunga e sanguinosa stagione nei rapporti tra l’Italia e la Libia.























