Una motosega, una peperonata sul fuoco e una scatola che potrebbe contenere il destino dell’umanità. Sono gli ingredienti volutamente incongrui da cui prende forma “Bandiera”, il nuovo spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci, diretto dallo stesso Ricci e interpretato da Antonella Attili, Giancarlo Commare e Ania Rizzi Bogdan. Dopo essere stato presentato in forma di studio al Kilowatt Festival e nelle successive anteprime, lo spettacolo arriva allo Spazio Rossellini di Roma prima del debutto nazionale previsto il 10 ottobre a Firenze, nell’ambito di Fabbrica Europa.
La situazione iniziale sembra promettere tutt’altro genere di racconto. Un giovane uomo irrompe, motosega alla mano, nella casa del primo ministro, dove trova la moglie del politico e la sua governante lettone. Potrebbe essere l’inizio di un sequestro, di un gesto terroristico o di una storia di violenza politica. Ben presto, però, la minaccia prende una piega surreale e quello che sembrava un aggressore si rivela il goffo emissario di un progetto molto più ambizioso: offrire all’umanità la possibilità di modificare radicalmente il proprio destino.
Perché ciò accada, le due donne devono riuscire a trovare un accordo su un nuovo modello di società, partendo dall’ipotesi di una cancellazione generale dei debiti. Ed è proprio nell’incontro fra un’idea enorme e una dimensione estremamente quotidiana che “Bandiera” trova la sua cifra più riuscita. Mentre si discute di capitalismo, proprietà, sfruttamento e concentrazione della ricchezza, in cucina continua a cuocere la peperonata. L’utopia non arriva accompagnata da solenni proclami rivoluzionari, ma entra in casa interrompendo una giornata qualsiasi.
Il confronto fra le due donne diventa progressivamente il vero centro dello spettacolo. La moglie del primo ministro può permettersi uno sguardo progressista sul mondo, ma appartiene contemporaneamente a quella parte della società che dal sistema trae maggiori vantaggi. La governante conosce invece il debito e la precarietà da una prospettiva concreta. Il loro dialogo mostra così quanto sia semplice desiderare una società più equa in linea teorica e quanto diventi più complicato farlo quando l’uguaglianza impone di mettere in discussione ciò che abbiamo conquistato o ereditato.
Antonella Attili restituisce con grande naturalezza questa contraddizione, evitando di ridurre il personaggio a una semplice caricatura della ricchezza. La sua è una donna sinceramente convinta di possedere una coscienza sociale, almeno fino a quando quella coscienza non entra in conflitto con il proprio privilegio. Ania Rizzi Bogdan le contrappone una figura più concreta, disillusa e istintivamente legata alle conseguenze materiali delle scelte. Fra loro si muove Giancarlo Commare, efficace nel trasformare quello che inizialmente appare come un inquietante sequestratore in una presenza stralunata e quasi messianica. Il buon equilibrio fra i tre attori permette allo spettacolo di sostenere il passaggio continuo dalla minaccia alla comicità senza perdere coerenza.
La regia di Ricci asseconda questa oscillazione e utilizza il paradosso per rendere accessibili temi che avrebbero potuto facilmente trasformare la rappresentazione in una lezione di economia politica. È soprattutto quando lascia parlare le situazioni e le contraddizioni dei personaggi che “Bandiera” funziona meglio. Qualche passaggio appare invece più esplicativo e l’idea dell’azzeramento dei debiti viene inevitabilmente affrontata con la semplificazione richiesta da una favola teatrale, più che con la pretesa di offrire una reale teoria economica alternativa.
Ma probabilmente non è questo ciò che interessa davvero a Franchi e Ricci. Il “giubileo” evocato nello spettacolo è soprattutto uno strumento per porre un’altra domanda: che cosa accadrebbe se ci venisse davvero offerta la possibilità di ricominciare? E soprattutto, saremmo capaci di accettarla se il cambiamento richiedesse una rinuncia personale?
Dietro l’apparenza di una commedia surreale, “Bandiera” finisce così per raccontare un problema estremamente concreto. Non tanto l’impossibilità di immaginare un mondo diverso, quanto la difficoltà di trovare un accordo fra persone che quel mondo lo abitano da posizioni troppo lontane. Si sorride spesso, ma è un sorriso che lascia spazio a una certa amarezza. Perché forse l’ostacolo più grande all’utopia non è la mancanza di alternative, ma la nostra capacità di desiderarle soltanto fino al momento in cui a cambiare devono essere gli altri.























