Il governo trasforma tecnici e professionali in “licei”, ma è bufera: “Cambiare nome non risolve i problemi”

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Il governo punta a superare la tradizionale distinzione tra licei, istituti tecnici e professionali, ma il cambio di denominazione deciso dal Consiglio dei ministri divide il mondo della scuola. Gli istituti tecnici diventeranno infatti “licei tecnologici”, mentre i professionali prenderanno il nome di “licei professionali”. Una scelta che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe contribuire a eliminare la percezione di questi percorsi come scuole di serie B. Ma da dirigenti scolastici ed esperti arrivano diverse perplessità.

A spiegare il senso dell’intervento è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui in Italia esiste da decenni un pregiudizio verso gli studenti che scelgono una formazione tecnica o professionale. Un’impostazione che, secondo la premier, finisce per penalizzare percorsi fondamentali per il sistema produttivo, dalla meccatronica all’informatica, passando per chimica, agraria, artigianato e ristorazione. Il cambio di nome, nelle intenzioni del governo, dovrebbe quindi rappresentare anche un cambiamento culturale e riconoscere pari dignità alle diverse scuole superiori.

Una lettura che non convince però Piergiorgio Odifreddi. Il matematico, che da ragazzo frequentò l’istituto tecnico per geometri a Cuneo prima di proseguire gli studi universitari, contesta l’idea che la dignità di una scuola possa dipendere dalla sua denominazione. La sua esperienza personale, sottolinea, dimostra come una formazione tecnica possa fornire solide basi scientifiche senza impedire di coltivare interessi umanistici. Per Odifreddi, quindi, aggiungere la parola “liceo” non modifica automaticamente la qualità o il valore di un percorso di studi.

Critiche arrivano anche da chi gli istituti tecnici li dirige. Ludovico Arte, preside del Marco Polo di Firenze, condivide l’obiettivo della pari dignità tra i diversi indirizzi ma sostiene che questa debba essere costruita attraverso interventi concreti. Tra i nodi indicati ci sono l’orientamento degli studenti dopo la scuola media, le condizioni socioeconomiche delle famiglie, la valorizzazione degli insegnanti e il modello della filiera tecnologico-professionale 4+2, che prevede percorsi quadriennali collegati agli ITS Academy.

Secondo Arte, il rischio è che la modifica della denominazione lasci irrisolte proprio quelle differenze che contribuiscono alla diversa percezione dei percorsi scolastici. Una posizione simile è espressa anche da Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, che richiama l’attenzione sulla composizione sociale degli istituti tecnici e soprattutto professionali, frequentati in misura maggiore da studenti provenienti da contesti più fragili.

Il confronto, dunque, va oltre una questione terminologica. Il governo considera il passaggio a “licei tecnologici” e “licei professionali” uno strumento per mettere sullo stesso piano culturale i diversi percorsi della scuola superiore. I critici chiedono invece che alla nuova denominazione corrispondano politiche capaci di incidere su orientamento, qualità dell’offerta formativa e diseguaglianze. È su questi aspetti, più che sulla nuova insegna fuori dagli istituti, che si misureranno gli effetti concreti della riforma.

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