Serpenti // Roberto De Paolis

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Dopo Cuori puri e Princess, Roberto De Paolis Maino torna al cinema con “Serpenti”, film del 2026 presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venezia Spotlight. Interpretato da Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino, il film segna un cambio di passo rispetto al realismo che aveva caratterizzato le precedenti opere del regista romano. Alla sceneggiatura troviamo anche Damiano e Fabio D’Innocenzo, e la loro presenza si percepisce soprattutto nel gusto per il grottesco, per i dialoghi stranianti e per quei personaggi apparentemente normali che sembrano vivere all’interno di una realtà leggermente deformata. “Serpenti” affronta un tema estremamente delicato come il femminicidio scegliendo una strada tutt’altro che convenzionale: non il dramma realistico, ma una sorta di commedia nera dell’assurdo nella quale la risata arriva spesso accompagnata da un immediato senso di disagio. Un’impostazione rischiosa, che De Paolis utilizza però senza ironizzare mai sulla vittima o sulla violenza, concentrando piuttosto lo sguardo sulla società che si forma intorno al delitto e sulla sua inquietante capacità di trasformare persino l’orrore in qualcosa di ordinario.

Paolo Marra ha ucciso sua moglie e quando la storia comincia non c’è nessun mistero da risolvere. L’uomo, interpretato da un ottimo Leonardo Lidi, entra in commissariato e confessa apertamente ciò che ha fatto, aspettandosi semplicemente di essere arrestato. Paolo vuole essere punito, quasi avesse bisogno della condanna per attribuire almeno una conseguenza concreta a qualcosa che non può più essere cancellato. Ma ciò che dovrebbe essere immediato diventa presto incredibilmente complicato. Il poliziotto interpretato da Alessandro Borghi è distratto dai propri problemi personali, mentre l’avvocato di Pietro Castellitto cerca naturalmente ogni possibile strada per difendere il proprio assistito. Intorno a Paolo compaiono poi personaggi, cavilli e contrattempi che rendono sempre più difficile ottenere proprio ciò che lui sta chiedendo. Il commissariato diventa così una specie di piccolo mondo autonomo, nel quale tutti continuano a occuparsi delle proprie questioni mentre al centro rimane un uomo che continua a ripetere di aver commesso un omicidio. Ed è proprio da questo paradosso che nasce la parte più riuscita del film: De Paolis ribalta infatti il modello kafkiano tradizionale, mettendo in scena non un innocente incapace di dimostrare la propria innocenza, ma un colpevole che sembra non riuscire neppure a farsi riconoscere come tale.

La storia di “Serpenti” nasce originariamente da un soggetto dei fratelli D’Innocenzo, poi profondamente rielaborato insieme a De Paolis, e questo spiega in parte la particolare atmosfera del film. Il grottesco non serve infatti a rendere la vicenda meno drammatica, ma esattamente al contrario ad accentuarne l’assurdità. Anche la scelta del commissariato come ambiente quasi esclusivo assume progressivamente un significato più ampio: quel luogo diventa una rappresentazione in miniatura della società, popolata da persone che reagiscono in modi diversi davanti alla responsabilità, alla violenza e alla colpa. Fondamentale è poi Leonardo Lidi, che costruisce Paolo come un uomo svuotato e quasi estraneo a ciò che lo circonda, senza cercare mai di renderlo simpatico o di trasformarlo in una vittima. Alessandro Borghi e Pietro Castellitto lavorano invece maggiormente sul registro surreale, dando vita a personaggi che potrebbero sembrare caricaturali ma che proprio attraverso la loro apparente normalità diventano ancora più inquietanti. Il risultato è un film nel quale si ride diverse volte, salvo poi chiedersi immediatamente dopo perché lo si stia facendo.

Ed è forse questo il punto più interessante di “Serpenti”. Paolo ha commesso qualcosa di irreparabile e il suo pentimento non cancella nulla, né il film prova mai ad assolverlo. Quello che cerca è semplicemente una conseguenza, il riconoscimento della propria responsabilità. Eppure intorno a lui sembra essersi formato un mondo incapace di fermarsi abbastanza a lungo da attribuire davvero un peso a ciò che è accaduto. Viviamo del resto in una società continuamente esposta a guerre, omicidi, violenze e tragedie, tanto che per continuare a vivere siamo quasi costretti a sviluppare una certa distanza emotiva. Il rischio è che quella distanza diventi lentamente abitudine e che anche gli eventi più terribili finiscano per trasformarsi in rumore di fondo. De Paolis porta questa idea alle estreme conseguenze, mostrando una realtà nella quale nessuno nega davvero il male, ma tutti sembrano sempre avere qualcosa di più urgente di cui occuparsi. Ed è forse proprio questa la riflessione più amara del film: una società non perde il proprio senso morale soltanto quando smette di distinguere il bene dal male, ma anche quando continua a distinguerli e non riesce più a considerarli abbastanza importanti da fermarsi ad ascoltare. In “Serpenti” tutti sentono Paolo parlare. Il problema è che quasi nessuno sembra davvero ascoltarlo.

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