22 settembre 1943: la resa di Cefalonia e l’eccidio della Divisione Acqui

militari italiani cefalonia 1943

Il 22 settembre 1943 si concludeva sull’isola greca di Cefalonia una delle vicende più drammatiche vissute dall’esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale. Dopo una settimana di combattimenti contro le forze tedesche, la Divisione Acqui, ormai priva di sufficienti munizioni e rifornimenti e senza concrete possibilità di ricevere aiuti, fu costretta alla resa. Quella capitolazione, tuttavia, non segnò la fine delle violenze. Nei giorni successivi migliaia di militari italiani furono uccisi dopo essere stati catturati, trasformando la battaglia di Cefalonia in uno dei più gravi crimini di guerra compiuti dalle forze tedesche ai danni di soldati italiani.

Per comprendere quanto accadde è necessario tornare all’8 settembre 1943, quando venne reso pubblico l’armistizio firmato dall’Italia con gli Alleati. La decisione del governo Badoglio di uscire dall’alleanza con la Germania trovò gran parte delle forze armate italiane prive di indicazioni chiare. Il re Vittorio Emanuele III e il governo lasciarono Roma, mentre centinaia di migliaia di militari dislocati in Italia, nei Balcani, in Francia e nelle isole dell’Egeo si trovarono improvvisamente davanti agli ex alleati tedeschi, che avevano già predisposto il piano per disarmare i reparti italiani.

A Cefalonia si trovavano oltre 11 mila uomini della Divisione Acqui, comandata dal generale Antonio Gandin, insieme a un contingente tedesco molto più ridotto numericamente. L’isola, occupata dagli italiani dal 1941, aveva un rilevante valore strategico nel Mar Ionio. Dopo l’annuncio dell’armistizio, i tedeschi intimarono agli italiani di consegnare le armi. Per Gandin iniziò una fase difficilissima: da una parte arrivavano ordini italiani che imponevano di non cedere l’armamento, dall’altra mancavano sostegno aereo e rinforzi, mentre la Germania poteva far affluire rapidamente nuove forze dalla Grecia continentale.

La decisione di combattere non maturò immediatamente. Per diversi giorni Gandin trattò con il comando tedesco e consultò ufficiali e reparti, ponendo di fatto i suoi uomini davanti a tre possibilità: continuare a combattere insieme ai tedeschi, consegnare le armi oppure opporsi con la forza al disarmo. La maggioranza si espresse contro la resa. Nella memoria successiva quell’episodio sarebbe diventato uno degli elementi centrali della storia di Cefalonia, anche se la storiografia più recente ha mostrato come le decisioni di quei giorni furono molto più tormentate e confuse rispetto alla rappresentazione, affermatasi nel dopoguerra, di una scelta immediata e unanime.

Dal 15 settembre lo scontro divenne una vera battaglia. Gli Stuka della Luftwaffe bombardarono ripetutamente le posizioni italiane, distruggendo depositi di munizioni, viveri e materiale militare. Nel frattempo giunsero rinforzi tedeschi che modificarono completamente i rapporti di forza. Gli uomini della Acqui resistettero per giorni, ma progressivamente vennero circondati e privati delle risorse necessarie per continuare a combattere. Il 22 settembre, constatata l’impossibilità di proseguire la resistenza, il generale Gandin convocò nuovamente il consiglio di guerra e ordinò la resa senza condizioni. Secondo l’Esercito italiano, nei sette giorni di battaglia erano già morti circa 1.300 militari italiani.

Fu a quel punto che la vicenda assunse i caratteri dell’eccidio. Il comando supremo della Wehrmacht aveva già stabilito che, a causa della resistenza opposta dagli italiani, i militari della Acqui non dovessero essere trattati come normali prigionieri di guerra. Reparti tedeschi cominciarono così a fucilare soldati italiani catturati durante e dopo i combattimenti. Il 24 settembre ebbe luogo uno degli episodi simbolo della strage: numerosi ufficiali furono condotti nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, vicino ad Argostoli, e uccisi a gruppi. Anche il generale Antonio Gandin fu fucilato.

Neppure per chi sopravvisse alle esecuzioni la tragedia era terminata. Migliaia di prigionieri furono imbarcati per essere trasferiti verso la Grecia continentale e successivamente nei campi di internamento controllati dalla Germania. Diverse navi affondarono durante il trasporto, soprattutto a causa delle mine, provocando altre centinaia o migliaia di vittime. Altri militari rimasero invece a Cefalonia come lavoratori coatti, mentre alcuni riuscirono a nascondersi con l’aiuto della popolazione greca o a unirsi alle formazioni della Resistenza locale.

Il numero complessivo delle vittime di Cefalonia è uno degli aspetti più discussi della vicenda. Per decenni si è parlato di circa novemila morti della Divisione Acqui, cifra entrata profondamente nella memoria pubblica italiana. Le ricerche successive basate sulla documentazione italiana e tedesca hanno però prodotto stime differenti. Una recente ricostruzione del Ministero della Difesa colloca tra circa 3.400 e 5.300 le vittime militari degli eventi di Cefalonia tra il 17 e il 25 settembre, mentre altri studi propongono numeri ancora diversi a seconda che vengano conteggiati soltanto i caduti in combattimento e nelle fucilazioni oppure anche coloro che morirono nei naufragi e durante la successiva prigionia. L’incertezza sulle cifre non modifica comunque la natura dell’accaduto: dopo la resa vennero deliberatamente uccisi militari ormai prigionieri e disarmati.

La vicenda di Cefalonia ha assunto nel dopoguerra un significato che supera la dimensione strettamente militare. Nel 2001 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi definì la decisione della Divisione Acqui di non consegnare le armi «il primo atto della Resistenza di un’Italia libera dal fascismo». È una lettura che ha avuto grande importanza nella memoria pubblica nazionale, anche se la ricerca storica ha successivamente sottolineato la necessità di distinguere tra la complessità degli avvenimenti del settembre 1943 e la loro successiva trasformazione in simbolo della rinascita dell’Italia dopo il fascismo.

Proprio per questo il 22 settembre 1943 rimane una data fondamentale. La resa di Cefalonia racconta insieme il disfacimento dello Stato italiano dopo l’armistizio, l’abbandono in cui furono lasciati molti reparti militari e la scelta di migliaia di uomini di non consegnarsi senza reagire a quelli che, fino a pochi giorni prima, erano stati loro alleati. Ma racconta soprattutto ciò che accadde dopo: l’esecuzione di soldati ormai arresi, una delle pagine più sanguinose di quel difficile passaggio che, tra il settembre 1943 e la primavera del 1945, avrebbe condotto l’Italia dalla guerra combattuta al fianco della Germania nazista alla Liberazione.

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