Grand Tour // Miguel Gomes

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“Grand Tour” è uno di quei film che sembrano appartenere contemporaneamente a epoche diverse. Diretto dal portoghese Miguel Gomes, autore di opere profondamente personali come Tabu e Le mille e una notte, il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2024, dove Gomes ha conquistato il Premio per la miglior regia. Interpretato principalmente da Gonçalo Waddington e Crista Alfaiate, è arrivato nelle sale italiane il 5 dicembre 2024 distribuito da Lucky Red. Più che incontrare il grande pubblico, “Grand Tour” ha trovato soprattutto il favore della critica internazionale: oltre al riconoscimento di Cannes, ha ottenuto premi per regia e montaggio al Chicago International Film Festival e ha mantenuto un’accoglienza critica molto positiva anche negli Stati Uniti.

Siamo a Rangoon, nella Birmania del 1917. Edward è un funzionario dell’Impero britannico che attende l’arrivo della fidanzata Molly, partita dall’Inghilterra per raggiungerlo e finalmente sposarlo dopo anni di fidanzamento. Ma quando il momento tanto atteso diventa improvvisamente reale, Edward fa ciò che probabilmente gli riesce meglio: fugge. Comincia così un viaggio attraverso l’Asia che lo porta da un Paese all’altro, sempre con la sensazione che mettere qualche centinaio di chilometri tra sé e Molly possa risolvere un problema che in realtà si porta dentro. Molly, però, non reagisce come ci aspetteremmo. Più divertita che disperata dall’inspiegabile comportamento del futuro marito, decide semplicemente di seguirne le tracce. Nasce così una strana caccia sentimentale in cui più Edward scappa, più Molly sembra avvicinarsi, mentre i due attraversano un continente sterminato senza quasi mai condividere lo stesso spazio. La loro relazione diventa progressivamente qualcosa di astratto: non tanto una storia d’amore quanto due differenti modi di affrontare la vita. Lui cerca continuamente una via d’uscita, lei procede invece ostinatamente in avanti.

Raccontata in questo modo potrebbe sembrare quasi una commedia romantica d’altri tempi, ma “Grand Tour” di Miguel Gomes è qualcosa di completamente diverso. Gomes utilizza questa piccola vicenda sentimentale come pretesto per costruire un viaggio attraverso il cinema stesso. Il bianco e nero, la voce narrante, le scenografie volutamente artificiali e una recitazione che a volte sembra provenire dal cinema degli anni Trenta convivono con immagini dell’Asia contemporanea, filmate oltre un secolo dopo rispetto alla storia raccontata. Ed è proprio in questa frattura temporale che il film trova la sua identità più originale. Vediamo personaggi del 1917 attraversare idealmente città abitate da persone di oggi, osserviamo antichi mezzi di trasporto accanto a metropolitane moderne, mercati, strade, animali, rituali religiosi e frammenti di quotidianità. Non esiste quasi più un vero confine tra documentario e finzione, tra passato e presente.

Non è casuale. Una delle curiosità più interessanti sulla lavorazione riguarda proprio il metodo utilizzato da Gomes. Il regista e alcuni collaboratori partirono nel 2020 per un viaggio attraverso l’Asia con una macchina da presa 16 mm, raccogliendo immagini e suoni prima ancora di completare la sceneggiatura. La pandemia interruppe quel percorso e costrinse la produzione a reinventarsi: parte del materiale venne successivamente realizzato da troupe locali coordinate a distanza, mentre le sequenze narrative con gli attori furono girate soprattutto in studio tra Lisbona e Roma. Il risultato è un film in cui le immagini del presente diventano paradossalmente il materiale documentario, mentre il passato viene ricostruito artificialmente. Anche l’origine della storia ha qualcosa di letterario. Gomes ha spiegato di essersi ispirato in parte agli scritti di viaggio di W. Somerset Maugham, in particolare a Il signore in salotto, trasformando il tradizionale “grand tour” asiatico dell’epoca coloniale in qualcosa di molto meno rassicurante. Il viaggio non diventa infatti occasione per conquistare o comprendere luoghi lontani, ma serve piuttosto a mostrare quanto sia fragile lo sguardo occidentale quando pretende di possederli. Edward attraversa l’Asia senza riuscire veramente ad afferrarla: osserva continuamente un mondo che sembra esistere indipendentemente da lui.

È forse questo l’aspetto più affascinante di “Grand Tour”. Gomes racconta un uomo convinto di poter sfuggire alla propria vita semplicemente continuando a muoversi. Più Edward percorre chilometri, però, più appare immobile. Molly compie esattamente il percorso opposto: attraversando gli stessi luoghi sembra invece acquistare progressivamente consistenza, curiosità e libertà. Il viaggio diventa allora una magnifica contraddizione. Normalmente partiamo per raggiungere qualcosa, mentre Edward viaggia per allontanarsene. Ma non esiste distanza geografica capace di liberarci completamente da ciò che siamo. Possiamo cambiare città, continente, lingua e paesaggio, ma prima o poi finiamo per incontrare nuovamente quello da cui stavamo scappando. E forse il cinema funziona allo stesso modo. “Grand Tour” ricostruisce un passato che non esiste più attraverso immagini di un presente destinato anch’esso a diventare passato. Il tempo separa Edward e Molly quanto lo spazio, eppure Gomes riesce continuamente a ricongiungerli attraverso le immagini. È come se ci ricordasse che ogni viaggio contiene qualcosa di impossibile: mentre crediamo di avanzare verso un luogo nuovo, stiamo già trasformando ciò che vediamo in memoria. Alla fine resta proprio questa sensazione, malinconica e insieme sorprendentemente vitale. Forse viaggiare non significa necessariamente trovare qualcosa. A volte significa semplicemente accorgersi che, per quanto lontano possiamo andare, continuiamo a portarci dietro la persona che eravamo quando siamo partiti.

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