8 settembre 1870: l’ultimo atto del potere temporale dei papi

pontefice lettera

L’8 settembre 1870 la lunga questione romana, rimasta irrisolta dopo la nascita del Regno d’Italia, entrò nella sua fase decisiva. Mentre l’esercito italiano si preparava a convergere verso Roma, Vittorio Emanuele II tentava un’ultima soluzione diplomatica inviando a papa Pio IX una lettera con la quale chiedeva di consentire l’ingresso delle truppe italiane nei territori pontifici. La risposta negativa del pontefice avrebbe aperto definitivamente la strada all’operazione militare culminata, dodici giorni più tardi, nella breccia di Porta Pia e nell’annessione di Roma al Regno d’Italia.

Per comprendere l’importanza di quel momento bisogna tornare al 1861. Quando venne proclamato il Regno d’Italia, gran parte della penisola era ormai riunita sotto la monarchia sabauda, ma Roma continuava ad appartenere allo Stato Pontificio. La città era considerata dal movimento risorgimentale la naturale capitale del nuovo Stato e già il 27 marzo 1861 il Parlamento aveva indicato Roma come obiettivo dell’unificazione. Raggiungerla, tuttavia, significava scontrarsi non soltanto con il pontefice, deciso a difendere il proprio potere temporale, ma soprattutto con la Francia di Napoleone III, principale garante internazionale dello Stato della Chiesa.

Il problema aveva prodotto negli anni precedenti diversi tentativi falliti. Nel 1862 Giuseppe Garibaldi aveva cercato di raggiungere Roma con i suoi volontari, ma era stato fermato dallo stesso esercito italiano sull’Aspromonte. Due anni dopo la Convenzione di settembre tra Italia e Francia aveva previsto il ritiro delle truppe francesi da Roma in cambio dell’impegno italiano a rispettare lo Stato Pontificio; proprio in quel contesto la capitale del Regno era stata trasferita da Torino a Firenze. Nel 1867 Garibaldi aveva tentato nuovamente l’impresa, ma la sconfitta di Mentana, dove le forze pontificie poterono contare sull’intervento francese, aveva dimostrato ancora una volta che fino a quando Napoleone III avesse protetto il papa la conquista di Roma sarebbe stata estremamente difficile.

A modificare improvvisamente gli equilibri fu la guerra franco-prussiana del 1870. Impegnata contro la Prussia, la Francia richiamò le proprie truppe presenti nello Stato Pontificio. Poi, tra il 1° e il 2 settembre, arrivò la disfatta francese di Sedan, con la cattura di Napoleone III e il rapido crollo del Secondo Impero. Pio IX perdeva così il più importante sostegno militare alla sopravvivenza del suo Stato e il governo italiano, presieduto da Giovanni Lanza, comprese che si era aperta un’occasione probabilmente irripetibile.

Prima di ricorrere alle armi, Vittorio Emanuele II volle però compiere un ultimo tentativo. L’8 settembre 1870 affidò al senatore Gustavo Ponza di San Martino una lettera personale destinata a Pio IX. Non si trattava di una scelta casuale: Ponza di San Martino era stato ministro dell’Interno con Cavour e da tempo sosteneva apertamente la necessità di completare l’unificazione trasferendo la capitale a Roma. Nella missiva il re presentava l’ingresso dell’esercito italiano come una misura necessaria per garantire l’ordine e la sicurezza sia dell’Italia sia della Santa Sede, assicurando al pontefice il rispetto della sua autorità spirituale e l’indipendenza nell’esercizio delle funzioni religiose.

Dietro le formule concilianti, tuttavia, il significato politico era evidente. Vittorio Emanuele II chiedeva di fatto a Pio IX di accettare pacificamente la fine dello Stato Pontificio come entità territoriale indipendente. Per il pontefice era una condizione inaccettabile. Il 9 settembre rispose al sovrano respingendone le richieste e dichiarando di non poter aderire ai principi contenuti nella lettera. Il tentativo diplomatico era quindi fallito e al governo italiano restava la soluzione militare.

L’apparato bellico era ormai pronto. Il generale Raffaele Cadorna disponeva di una forza nell’ordine delle decine di migliaia di uomini, enormemente superiore all’esercito pontificio guidato dal generale Hermann Kanzler. L’11 settembre arrivò l’ordine di entrare nello Stato Pontificio e avanzare verso Roma. Iniziò così l’operazione che avrebbe portato rapidamente le truppe italiane alle porte della città.

Pio IX non aveva realisticamente la possibilità di vincere una guerra contro il Regno d’Italia. La scelta della Santa Sede fu infatti quella di opporre una resistenza sufficiente a dimostrare davanti alle potenze europee che Roma non era stata ceduta volontariamente. All’alba del 20 settembre 1870 l’artiglieria italiana cominciò a colpire le mura aureliane nel settore compreso tra Porta Pia e Porta Salaria. Dopo alcune ore venne aperta una breccia attraverso la quale entrarono bersaglieri e reparti di fanteria. Le forze pontificie si arresero poco dopo: terminava così, dopo oltre un millennio, il potere temporale esercitato dai papi sull’Italia centrale.

Il passaggio successivo fu il plebiscito del 2 ottobre 1870, che sancì l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia. L’anno seguente la città divenne ufficialmente la capitale del Paese. Il conflitto tra Stato italiano e Santa Sede, però, era tutt’altro che risolto. Pio IX non riconobbe l’annessione e si considerò da allora un “prigioniero” in Vaticano, rifiutando anche la successiva legge delle guarentigie con cui lo Stato italiano cercò unilateralmente di regolare i rapporti con il pontefice. La cosiddetta questione romana sarebbe rimasta aperta fino ai Patti Lateranensi del 1929.

L’8 settembre 1870, quindi, non fu ancora il giorno della presa di Roma. Fu qualcosa di diverso e, per certi aspetti, altrettanto significativo: il momento in cui divenne evidente che la soluzione diplomatica della questione romana era ormai praticamente impossibile. La lettera di Vittorio Emanuele II e il rifiuto di Pio IX rappresentarono gli ultimi atti di un confronto durato per tutto il Risorgimento. Alle parole seguirono le truppe di Cadorna e, appena dodici giorni dopo, i colpi di cannone contro le mura di Roma. Con la breccia di Porta Pia si sarebbe completato uno dei passaggi fondamentali dell’unificazione italiana e sarebbe iniziato, contemporaneamente, un nuovo e difficile capitolo nei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.

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