Islanda, schiaffo all’UE: il referendum blocca il ritorno ai negoziati

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L’Islanda frena ancora una volta sulla strada verso l’Unione europea. Nel referendum sulla possibile riapertura dei negoziati con Bruxelles, il 52,84% degli elettori ha scelto il No, contro il 47,16% favorevole. Uno scarto di 12.701 voti che mette fine, almeno per questa legislatura, al tentativo del governo di riportare il tema dell’adesione al centro dell’agenda politica.

Il risultato assume un peso particolare anche per l’altissima partecipazione. Alle urne si è recato l’82,5% degli aventi diritto, pari a oltre 225mila persone su circa 273mila iscritti. Un’affluenza superiore a quella registrata alle elezioni politiche del 2024 e che rende ancora più netto il messaggio arrivato dalle urne.

Il quesito, peraltro, non chiedeva agli islandesi di approvare direttamente l’ingresso nell’Unione europea. Il voto riguardava soltanto la possibilità di riprendere le trattative con Bruxelles, al termine delle quali l’eventuale accordo sarebbe stato comunque sottoposto a un nuovo referendum. Anche questa prospettiva, però, è stata respinta dalla maggioranza.

La premier Kristrún Frostadóttir, che aveva sostenuto apertamente il Sì, ha riconosciuto il risultato e annunciato che il dossier europeo non verrà riaperto durante l’attuale legislatura. Pur evitando di parlare di una sconfitta politica, il voto rappresenta un duro colpo per le forze europeiste della coalizione di governo, in particolare per i socialdemocratici della stessa Frostadóttir e per i liberali della ministra degli Esteri Katrín Gunnarsdóttir.

Il Paese è apparso profondamente diviso anche dal punto di vista geografico. Le circoscrizioni della capitale Reykjavik hanno premiato il Sì, mentre nelle aree rurali il No ha raccolto un consenso decisamente maggiore. Proprio fuori dai grandi centri urbani hanno pesato soprattutto le preoccupazioni legate alla pesca e all’agricoltura.

Il settore ittico rappresenta infatti circa l’8% del Pil islandese ed è stato uno dei principali terreni di scontro della campagna referendaria. Gli oppositori dell’avvicinamento all’UE temevano che l’ingresso nel mercato europeo potesse ridurre il controllo nazionale sulle risorse marine e aprire maggiormente il settore alle imprese degli altri Stati membri.

I sostenitori del Sì avevano invece puntato sugli argomenti economici e geopolitici. L’adesione avrebbe potuto aprire la strada all’euro, considerato da molti un’alternativa alla debole corona islandese, mentre sul piano internazionale avrebbe rafforzato il peso di Reykjavik in un momento di crescente tensione nell’Artico.

L’Islanda è già profondamente integrata con l’Europa attraverso lo spazio Schengen, lo Spazio economico europeo e l’Efta, ma resta fuori dalle principali istituzioni decisionali dell’Unione. I negoziati per l’adesione erano già stati avviati nel 2009, dopo la grave crisi finanziaria che aveva colpito il Paese, per poi essere interrotti nel 2014.

Il referendum del 30 agosto rimette quindi il progetto europeo nel cassetto. Per Bruxelles è anche una battuta d’arresto simbolica: l’ingresso di un Paese ricco, stabile e strategicamente importante nell’Artico avrebbe rappresentato un segnale significativo sulla capacità attrattiva dell’Unione. Gli islandesi, almeno per ora, hanno però scelto di mantenere l’attuale equilibrio.

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