Il 4 agosto 1932 rappresenta una data decisiva nella storia della Olivetti e, più in generale, dell’industria italiana. In quel giorno venne formalizzata la trasformazione dell’impresa fondata da Camillo Olivetti nella forma societaria che, con la terminologia attuale, definiamo società per azioni. All’epoca si parlava più propriamente di società anonima per azioni. Contemporaneamente si consolidava il passaggio della direzione aziendale nelle mani del figlio Adriano Olivetti, destinato a trasformare una fabbrica di macchine per scrivere in uno dei più importanti laboratori industriali, culturali e sociali del Novecento.
Adriano Olivetti entrò nell’azienda paterna negli anni Venti, dopo essersi laureato in ingegneria chimica al Politecnico di Torino. Camillo volle che il figlio iniziasse la propria esperienza direttamente in fabbrica, a contatto con gli operai e con le diverse fasi della produzione. Fu una scelta fondamentale: Adriano poté osservare dall’interno sia il funzionamento degli impianti sia le fatiche, le esigenze e le condizioni di vita dei lavoratori.
Nel 1925 partì per gli Stati Uniti, dove visitò numerose fabbriche e studiò i nuovi sistemi di organizzazione industriale. Rimase impressionato dalla razionalizzazione della produzione, dalla disposizione degli spazi, dalla standardizzazione dei componenti e dalle tecniche di gestione del lavoro. Al ritorno a Ivrea introdusse importanti innovazioni, riorganizzando i reparti e rendendo più efficiente l’intero processo produttivo. Tuttavia, a differenza di molti sostenitori del taylorismo, Adriano non considerava l’operaio una semplice componente della macchina industriale. Era convinto che l’aumento della produttività dovesse accompagnarsi a un miglioramento concreto delle condizioni umane e sociali dei dipendenti.
La trasformazione della Olivetti in società per azioni, formalizzata il 4 agosto 1932, rispondeva quindi alla necessità di adeguare la struttura dell’impresa alle nuove dimensioni raggiunte. L’azienda familiare si preparava a diventare un’organizzazione industriale più complessa, dotata di maggiori capitali, di una gestione moderna e di una strategia orientata anche ai mercati internazionali. Il passaggio avvenne in un momento particolarmente difficile: l’economia mondiale stava ancora subendo gli effetti della crisi del 1929, mentre in Italia il regime fascista esercitava un controllo sempre più forte sulla società e sull’apparato produttivo.
Adriano Olivetti assunse la direzione generale dell’azienda proprio nel 1932. Da quel momento iniziò una trasformazione destinata ad andare ben oltre l’ammodernamento degli impianti. Sotto la sua guida, la Olivetti divenne un’impresa nella quale tecnologia, design, architettura, cultura e responsabilità sociale erano considerate parti di un unico progetto. La qualità di un prodotto non dipendeva soltanto dalla sua efficienza meccanica, ma anche dalla forma, dalla facilità di utilizzo e dalla capacità di migliorare il lavoro quotidiano delle persone.
Gli stabilimenti vennero progettati con particolare attenzione alla luce, agli spazi e al rapporto con il paesaggio circostante. Architetti, urbanisti, artisti e designer furono coinvolti nella costruzione degli edifici industriali, nella progettazione dei prodotti e nella definizione dell’immagine aziendale. Nacquero così macchine per scrivere che sarebbero diventate simboli del design italiano, come la Studio 42 e, negli anni successivi, la celeberrima Lettera 22.
Ma la caratteristica più originale del progetto olivettiano riguardava la concezione stessa dell’impresa. Adriano riteneva che una fabbrica non dovesse limitarsi a produrre merci e profitti, ma avesse una responsabilità verso la comunità nella quale operava. La Olivetti sviluppò servizi sanitari, biblioteche, mense, asili, attività culturali, sistemi di assistenza e programmi di formazione. Vennero costruite abitazioni per i dipendenti e furono promosse iniziative destinate a migliorare la qualità della vita non soltanto all’interno della fabbrica, ma nell’intero territorio di Ivrea.
Questa visione non era una semplice forma di paternalismo industriale. Adriano Olivetti cercava di costruire un equilibrio tra l’efficienza economica, la libertà individuale e la giustizia sociale. Il lavoratore doveva essere considerato una persona completa, con bisogni culturali, familiari e civili, non soltanto una forza impiegata nella produzione. Da questa idea nacque anche il progetto politico del Movimento Comunità, attraverso il quale Olivetti tentò di proporre un modello di società fondato sull’autonomia territoriale, sulla partecipazione democratica e sulla collaborazione tra competenze tecniche e bisogni collettivi.
Nel secondo dopoguerra l’azienda raggiunse una dimensione internazionale. Alle macchine per scrivere si affiancarono calcolatrici e apparecchiature elettroniche. Nel 1959 fu presentato l’Elea 9003, uno dei primi grandi elaboratori elettronici italiani interamente realizzati con transistor. Nello stesso anno la Olivetti acquisì la statunitense Underwood, storica produttrice di macchine per scrivere, dimostrando quanto lontano fosse arrivato il progetto iniziato da Camillo nel piccolo stabilimento di Ivrea.
La morte improvvisa di Adriano Olivetti, avvenuta nel 1960, interruppe una delle esperienze più originali della storia industriale italiana. Eppure il modello da lui costruito continuò a rappresentare un punto di riferimento. Il 4 agosto 1932, dunque, non segnò soltanto un cambiamento giuridico nella struttura della società. Fu l’inizio di una nuova fase nella quale la Olivetti si avviò a diventare un’impresa capace di coniugare innovazione tecnologica, bellezza e dignità del lavoro.
In un’epoca nella quale il successo industriale viene spesso misurato esclusivamente attraverso i profitti e la crescita finanziaria, la storia di Adriano Olivetti continua a porre una domanda ancora attuale: può un’azienda essere competitiva e, nello stesso tempo, contribuire al benessere culturale e sociale della comunità? L’esperienza di Ivrea dimostrò che, almeno per una straordinaria stagione del Novecento italiano, quella possibilità non fu soltanto un’utopia.























