Con “La grazia”, Paolo Sorrentino torna a lavorare con Toni Servillo e realizza uno dei film più misurati, intimi e profondamente morali della sua carriera. Presentata nel 2025 come pellicola d’apertura dell’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’opera ha ottenuto un’accoglienza critica molto positiva, culminata con l’assegnazione a Servillo della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Un riconoscimento che premia una prova costruita per sottrazione, lontana dai personaggi più eccentrici interpretati in passato dall’attore campano nel cinema di Sorrentino. Dopo la vitalità sensuale e malinconica di Parthenope, il regista napoletano sceglie un tono più austero. Riduce gli eccessi visivi, rallenta il movimento della macchina da presa e concentra l’attenzione sui silenzi, sulle esitazioni e sul peso delle decisioni. Il risultato è un film politico solo in apparenza, perché dietro gli ambienti istituzionali e i rituali del potere si nasconde soprattutto il ritratto di un uomo costretto a confrontarsi con la propria coscienza.
Protagonista del film è Mariano De Santis, presidente della Repubblica italiana ormai vicino alla conclusione del proprio mandato. È un uomo rigoroso, cattolico, riservato, profondamente legato alla legge e alla memoria della moglie scomparsa. La sua esistenza si svolge dentro un universo ordinato, fatto di cerimonie ufficiali, collaboratori, protocolli e stanze silenziose. Tuttavia, dietro l’apparente sicurezza del ruolo istituzionale, Mariano custodisce dubbi che nessuna norma sembra in grado di risolvere. Negli ultimi mesi trascorsi al Quirinale, il presidente deve esaminare due delicate richieste di grazia. Si tratta di casi umani e giudiziari molto diversi, ma entrambi lo obbligano a interrogarsi sul rapporto tra colpa, responsabilità e perdono. A questi si aggiunge una decisione ancora più complessa: firmare oppure no una legge riguardante il fine vita. Mariano, giurista abituato a cercare risposte nei codici, si ritrova così davanti a questioni che sembrano oltrepassare il diritto. Accanto a lui c’è la figlia Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, che lavora come sua consigliera e rappresenta una presenza affettuosa ma tutt’altro che passiva. Il loro rapporto permette al film di abbandonare momentaneamente la dimensione pubblica per entrare in quella familiare. Dorotea conosce le debolezze del padre, ne comprende la malinconia e cerca di accompagnarlo verso una decisione senza però sostituirsi alla sua coscienza. Sorrentino non trasforma questi dilemmi in un thriller politico e non costruisce una battaglia tra fazioni contrapposte. La tensione nasce interamente dall’attesa. Ogni fascicolo letto, ogni colloquio e ogni pausa sembrano avvicinare Mariano alla scelta definitiva, senza che il film suggerisca quale possa essere quella corretta. La grazia del titolo indica innanzitutto il potere presidenziale di concedere il perdono, ma assume progressivamente un significato molto più ampio. È la possibilità di sospendere il giudizio, riconoscere la fragilità dell’altro e accettare che la giustizia non coincida sempre con l’applicazione automatica della legge.
Una delle particolarità più interessanti del film è la scelta di raccontare un presidente completamente immaginario. Mariano De Santis non è la copia di una precisa figura politica italiana, anche se nel suo comportamento si possono riconoscere tratti appartenenti alla tradizione istituzionale del Paese. Questa libertà consente a Sorrentino di non realizzare un film biografico e di concentrarsi sulla natura simbolica del ruolo: un uomo solo chiamato a rappresentare un’intera nazione. Anche dal punto di vista stilistico il film mostra un Sorrentino più essenziale. Non mancano le composizioni eleganti, la musica utilizzata in contrasto con la solennità degli ambienti e alcuni momenti di ironia surreale, ma tutto appare subordinato alla dimensione interiore del protagonista. Il Quirinale non viene rappresentato come il centro assoluto del potere, bensì come un luogo immenso nel quale un uomo può sentirsi ancora più solo.
La riflessione più profonda di “La grazia” riguarda proprio questa solitudine. Decidere significa inevitabilmente separarsi dagli altri, perché nessuno può assumersi fino in fondo la responsabilità morale di una scelta compiuta da un’altra persona. Mariano può ascoltare consiglieri, giuristi, familiari e uomini di Chiesa, ma nel momento decisivo rimane solo davanti alla propria coscienza. Sorrentino sembra suggerire che la maturità non consista nell’eliminare il dubbio, ma nel riconoscerlo come parte essenziale della responsabilità. Chi non dubita può applicare una regola con sicurezza; chi dubita comprende invece che dietro ogni legge esistono vite, paure e circostanze irripetibili. La grazia diventa allora qualcosa di diverso dall’indulgenza: è lo spazio nel quale la giustizia accetta di confrontarsi con la misericordia. In un’epoca dominata da giudizi immediati e condanne pronunciate senza esitazione, il film rivendica il valore dell’attesa. Mariano non è debole perché fatica a scegliere. È umano proprio perché avverte il peso delle conseguenze. Il suo silenzio ci ricorda che le decisioni più importanti non sono quelle prese con maggiore sicurezza, ma quelle nelle quali siamo disposti a mettere in discussione noi stessi. Con “La grazia”, Paolo Sorrentino realizza così un’opera meno appariscente rispetto ad altri suoi film, ma capace di sedimentare lentamente nello spettatore. Non offre risposte definitive sul perdono, sulla vita o sulla morte. Ci invita piuttosto a sostare dentro le domande, riconoscendo che a volte la forma più autentica di giustizia nasce proprio nel punto fragile e misterioso in cui la legge incontra la pietà.























