28 luglio 1973: gli attentati neofascisti alla Mondadori e alla libreria Sapere di Milano

bombe milano anni 70

Il 28 luglio 1973 Milano fu colpita da due attentati dinamitardi contro altrettanti luoghi legati al mondo dell’editoria e della cultura. Due bombe devastarono i locali della mensa della casa editrice Mondadori e quelli della libreria Sapere, situata lungo la cerchia dei Navigli. Gli ordigni erano stati resi ancora più pericolosi mediante l’aggiunta di pezzi di ferro, destinati a trasformarsi in schegge al momento dell’esplosione. Nei pressi della Mondadori furono inoltre rinvenuti volantini firmati dalle SAM, le “Squadre d’Azione Mussolini”, una delle sigle appartenenti alla galassia dell’eversione neofascista italiana.

Gli attentati di Milano del 28 luglio 1973 provocarono soprattutto gravi danni materiali, ma la struttura delle bombe dimostrava come il loro potenziale offensivo fosse elevato. L’inserimento di frammenti metallici non serviva infatti ad aumentare la forza distruttiva contro gli edifici, bensì a moltiplicare la capacità di ferire le persone presenti nelle vicinanze. Il fatto che non si fosse verificata una strage non riduceva quindi la gravità dell’accaduto, né il suo evidente valore intimidatorio.

La scelta degli obiettivi non appariva casuale. La Mondadori rappresentava una delle più importanti realtà editoriali italiane, mentre la libreria Sapere costituiva un luogo di diffusione e confronto culturale. Colpire una casa editrice e una libreria significava attaccare simbolicamente il mondo dei libri, dell’informazione e della circolazione delle idee. Nel clima politico dell’epoca, luoghi del genere potevano essere considerati dalle organizzazioni neofasciste espressioni di quella società democratica, pluralista e antifascista che l’estrema destra eversiva intendeva intimidire.

Per comprendere pienamente il significato di questi due attentati bisogna collocarli nella Milano e nell’Italia dei primi anni Settanta. Il Paese era entrato nella stagione ricordata come quella della “strategia della tensione”, iniziata simbolicamente con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Le bombe collocate nelle banche, sui treni, nelle piazze e negli edifici pubblici avevano l’obiettivo di diffondere paura, alimentare il disordine e accrescere nella popolazione la richiesta di sicurezza. Dietro questa strategia vi era la prospettiva di indebolire le istituzioni repubblicane e favorire una svolta autoritaria.

Milano era uno degli epicentri di tale conflitto. Soltanto pochi mesi prima, il 12 aprile 1973, durante una manifestazione dell’estrema destra passata alla storia come il “giovedì nero di Milano”, l’agente di polizia Antonio Marino era stato ucciso dall’esplosione di una bomba a mano. Il successivo 17 maggio un ordigno lanciato davanti alla Questura, durante la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, aveva provocato quattro morti e decine di feriti. Quando il 28 luglio furono colpite la Mondadori e la libreria Sapere, dunque, la città viveva già in uno stato di forte allarme.

La rivendicazione firmata SAM inseriva l’attentato alla Mondadori nel terrorismo neofascista. Il nome “Squadre d’Azione Mussolini” richiamava esplicitamente il dittatore fascista e riprendeva il linguaggio dello squadrismo degli anni Venti. Come accadde per numerose organizzazioni clandestine di quel periodo, non è sempre semplice stabilire quanto le SAM costituissero una struttura stabile e autonoma e quanto, invece, rappresentassero una sigla utilizzata da militanti provenienti da ambienti diversi. La denominazione comparve comunque in relazione a diversi attentati, aggressioni e azioni intimidatorie della prima metà degli anni Settanta.

Proprio la frammentazione delle sigle fu una delle caratteristiche dell’eversione nera. Accanto a organizzazioni più note e strutturate, esistevano gruppi minori, reti locali e nomi utilizzati per rivendicare singole operazioni. Questa moltiplicazione rendeva più difficili le indagini e contribuiva a creare l’immagine di una minaccia diffusa, capace di colpire in qualsiasi momento. La ricostruzione storica della stagione mostra infatti come gli attentati neofascisti non fossero episodi isolati, ma parti di un clima di violenza volto a minare la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni nate dalla Resistenza.

Gli attacchi alla mensa Mondadori e alla libreria Sapere appartengono alla storia meno conosciuta degli anni di piombo. Non provocarono il numero di vittime delle grandi stragi che hanno segnato la memoria collettiva italiana e proprio per questo rischiano di essere dimenticati. Eppure sono importanti perché mostrano la quotidianità della violenza politica di quegli anni: non soltanto grandi massacri, ma anche esplosioni, incendi, intimidazioni e attentati contro sedi editoriali, librerie, associazioni, partiti e sindacati.

Ricordare quanto avvenne a Milano il 28 luglio 1973 significa quindi ricostruire un frammento della strategia della tensione e comprendere come il terrorismo cercasse di agire non soltanto attraverso l’eliminazione fisica delle persone, ma anche mediante la paura e il silenzio. Due bombe contro luoghi della cultura rappresentavano un messaggio preciso: intimidire chi produceva, vendeva o leggeva libri. A distanza di oltre mezzo secolo, la memoria di quegli attentati conserva così un valore civile, perché ricorda quanto la libertà di espressione e la circolazione delle idee possano diventare bersagli nei momenti in cui la democrazia viene aggredita.

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