LA REMIGRAZIONE AL CONTRARIO

remigrazione cervelli in fuga

La parola “remigrazione” ha una caratteristica singolare: possiede il biglietto di sola andata. Si applica agli stranieri che vivono in Italia e che, secondo una parte della politica, dovrebbero tornare nei Paesi dai quali sono arrivati. Non viene invece quasi mai utilizzata per gli italiani che se ne sono andati all’estero. Eppure sono milioni. Laureati, ricercatori, medici, infermieri, ingegneri, informatici, artigiani, operai specializzati, imprenditori. Persone che l’Italia ha cresciuto, istruito e spesso formato a proprie spese, per poi consegnarle gratuitamente alla Germania, alla Svizzera, alla Francia, al Regno Unito o agli Stati Uniti.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, all’inizio del 2024 gli iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, erano oltre 6,1 milioni. Più del 10 per cento della popolazione italiana. Naturalmente non sono tutti emigrati recentemente: molti sono discendenti delle vecchie migrazioni. Ma il flusso contemporaneo continua. I dati Istat indicano che nel 2023 circa 114 mila cittadini italiani hanno trasferito ufficialmente la propria residenza all’estero. E poiché non tutti si registrano tempestivamente, il numero reale delle partenze potrebbe essere ancora più alto.

Quasi la metà degli italiani adulti che emigrano possiede un titolo di studio universitario. È una selezione al contrario: mentre il Paese invecchia, perde abitanti e denuncia la mancanza di competenze, una parte consistente delle persone più giovani e formate prende un aereo e porta quelle competenze altrove.

Curiosamente, nessuno organizza manifestazioni per chiederne la remigrazione. Nessuno stampa manifesti con scritto “prima gli italiani, soprattutto quelli che vivono a Berlino”. Nessuno propone un piano navale per intercettare i ricercatori diretti a Boston o i programmatori in partenza per Amsterdam. Forse perché rimandare uno straniero nel suo Paese può essere presentato come un problema di polizia; far tornare un italiano significa invece affrontare un problema di politica economica.

Per cacciare qualcuno bastano uno slogan e una frontiera. Per convincerlo a tornare servono stipendi, servizi pubblici, asili, abitazioni accessibili, trasporti, ricerca, scuole efficienti, carriere trasparenti e una pubblica amministrazione che non consideri ogni cittadino un sospetto da trattenere allo sportello.

Ed è qui che la parola “remigrazione” perde improvvisamente il suo fascino.

Gli italiani non partono soltanto per curiosità, spirito d’avventura o desiderio di imparare una lingua. Partono perché in molti settori il lavoro italiano è pagato poco, offre scarse prospettive e viene ancora distribuito attraverso una combinazione di precarietà, anzianità e conoscenze personali. Partono perché altrove un giovane ricercatore può immaginare una carriera, mentre in Italia spesso deve immaginare un concorso. Partono perché uno stipendio da 1.300 o 1.500 euro al mese, nelle grandi città, non consente più di costruire un’autonomia, ma soltanto di amministrare con disciplina la propria insufficienza.

L’Ocse ha calcolato che nel primo trimestre del 2024 i salari reali italiani erano ancora inferiori di circa il 6,9 per cento rispetto alla fine del 2019. È una delle perdite più consistenti tra i Paesi dell’organizzazione. Ma la difficoltà italiana viene da molto più lontano: negli ultimi trent’anni le retribuzioni reali sono rimaste sostanzialmente ferme, mentre in molte altre economie europee sono cresciute.

Il problema dei salari è legato a quello della produttività. Da metà degli anni Novanta la produttività del lavoro italiana è aumentata soltanto di pochi decimi di punto percentuale all’anno, molto meno rispetto alla media europea. Non perché gli italiani lavorino poco: spesso lavorano molte ore. Il punto è che lavorano all’interno di un sistema composto in larga parte da imprese piccole, poco capitalizzate, scarsamente digitalizzate e con investimenti insufficienti nell’innovazione.

L’Italia investe in ricerca e sviluppo circa l’1,3 per cento del prodotto interno lordo, contro una media dell’Unione europea superiore al 2 per cento. La distanza può sembrare piccola soltanto a chi non deve cercare un laboratorio, finanziare un brevetto o assumere un ricercatore. Tradotta in denaro, rappresenta miliardi di euro che ogni anno non vengono destinati alla costruzione del futuro.

In compenso continuiamo a finanziare il futuro degli altri. Ogni laureato che lascia l’Italia porta con sé un investimento sostenuto dalle famiglie e dallo Stato: scuole, università, borse di studio, formazione sanitaria. Il Paese di arrivo riceve una persona già preparata, senza averne sostenuto i costi iniziali. È una forma di cooperazione internazionale involontaria: noi paghiamo l’istruzione, gli altri incassano la produttività.

Di fronte a questo fenomeno, il governo in carica dovrebbe spiegare come intende aumentare i salari, migliorare la produttività, sostenere la ricerca, ridurre la precarietà e rendere l’Italia competitiva nell’attrazione dei lavoratori qualificati. Dovrebbe presentare obiettivi misurabili: quanti ricercatori riportare, quante imprese innovative finanziare, quanto aumentare gli investimenti, quale crescita delle retribuzioni favorire.

Invece il dibattito pubblico si concentra molto più facilmente sugli stranieri che arrivano che sugli italiani che partono. I primi possono essere descritti come una minaccia visibile. I secondi scompaiono in silenzio. Non occupano piazze, non riempiono centri di accoglienza, non vengono fotografati mentre attraversano il confine. Prendono un volo low cost, aprono un conto corrente in un’altra lingua e diventano una statistica.

La vera domanda, dunque, non è perché nessuno chieda la remigrazione degli italiani. La risposta è abbastanza semplice: perché sarebbe necessario offrire loro un motivo per tornare.

E un motivo non può essere un discorso sulla patria. La patria, senza uno stipendio dignitoso, un affitto sostenibile e una prospettiva professionale, rischia di diventare soltanto il luogo nel quale si torna a Natale.

La politica che invoca il ritorno degli stranieri nei loro Paesi dovrebbe almeno provare a costruire un Paese nel quale gli italiani desiderino ritornare. Sarebbe una forma di remigrazione più difficile da pronunciare, perché non richiede rabbia ma competenza. Non richiede muri, ma investimenti. Non richiede di indicare qualcuno come colpevole, ma di assumersi una responsabilità.

Forse è proprio per questo che non se ne parla.

Filippo Piccini

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