“Diaz – Don’t Clean Up This Blood” è un film del 2012 diretto da Daniele Vicari e dedicato a una delle pagine più drammatiche della storia recente italiana: l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini, avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 durante il G8 di Genova. Presentato nella sezione Panorama della Berlinale, il film ottenne un’importante accoglienza internazionale e conquistò quattro David di Donatello, premiando in particolare il montaggio, il suono, gli effetti digitali e la produzione. Nel cast figurano Claudio Santamaria, Elio Germano, Davide Iacopini, Jennifer Ulrich, Fabrizio Rongione e Renato Scarpa, ma Vicari sceglie di non affidare il racconto ad un unico protagonista. Al centro dell’opera c’è infatti una collettività: manifestanti, giornalisti, volontari e agenti coinvolti in un evento che avrebbe segnato profondamente l’immagine delle istituzioni italiane.
La vicenda si svolge nelle ultime ore del G8 di Genova, dopo giornate attraversate da proteste, devastazioni, scontri e dalla morte di Carlo Giuliani. La città appare stanca, ferita e ancora immersa in un clima di tensione. Nella scuola Diaz trovano riparo attivisti italiani e stranieri, giornalisti e persone che cercano semplicemente un luogo in cui trascorrere la notte. Alcuni dormono, altri raccolgono testimonianze o lavorano al materiale delle manifestazioni. Nessuno immagina ciò che sta per accadere. Parallelamente, il film mostra la preparazione dell’operazione di polizia. Dopo le violenze e i danneggiamenti compiuti in città, cresce la pressione per individuare i responsabili e ottenere un risultato visibile. Attraverso diversi personaggi, Vicari ricostruisce una catena di decisioni, ordini e responsabilità che conduce all’irruzione. Senza anticipare gli sviluppi più dolorosi, la narrazione segue sia quanto avviene all’interno della scuola sia le conseguenze per le persone fermate e trasferite nella caserma di Bolzaneto. La sceneggiatura si basa su testimonianze, documenti processuali e ricostruzioni degli eventi. Per riprodurre gli ambienti e le dinamiche dell’irruzione, parte delle riprese venne realizzata in Romania, dove fu ricostruita la scuola Diaz. Anche il sottotitolo internazionale, “Don’t Clean Up This Blood”, assume un significato preciso: quel sangue non deve essere cancellato, perché rappresenta la prova materiale di ciò che è accaduto, ma anche una memoria collettiva che non può essere rimossa.
“Diaz” non è costruito come un film d’inchiesta tradizionale. La sua forza nasce soprattutto dalla regia fisica e immersiva di Daniele Vicari. Il rumore degli scudi, i vetri infranti, i passi nei corridoi e le urla trasformano lo spazio della scuola in un luogo quasi claustrofobico. La macchina da presa resta vicina ai corpi e mostra la sproporzione tra chi esercita la forza e chi non ha la possibilità di difendersi. La violenza è rappresentata in modo duro, ma mai spettacolare: non serve a intrattenere, bensì a rendere percepibile la perdita improvvisa di ogni protezione. Una delle scelte più interessanti riguarda la struttura frammentata del racconto. Alcuni avvenimenti vengono osservati da prospettive diverse, mentre una bottiglia lanciata contro un mezzo della polizia ritorna più volte come immagine simbolica. Un gesto isolato può così essere ingrandito, separato dal proprio contesto e trasformato nella giustificazione di una reazione enormemente più grave. Il film mostra quanto la verità pubblica possa essere manipolata attraverso versioni parziali, omissioni e ricostruzioni funzionali al potere.
Il film evita di ridurre tutto alla contrapposizione rassicurante tra pochi colpevoli e molte vittime. Le responsabilità individuali rimangono centrali, ma Vicari mostra anche il funzionamento di un sistema nel quale l’obbedienza, lo spirito di corpo e la pressione gerarchica possono sospendere il giudizio morale. È forse questo l’aspetto più inquietante di “Diaz”: la violenza non appare come un’esplosione inspiegabile, ma come l’esito di una serie di decisioni che, considerate separatamente, possono sembrare quasi amministrative. Rivedere oggi “Diaz – Don’t Clean Up This Blood” significa interrogarsi sulla fragilità dei principi democratici. Una democrazia non si misura soltanto attraverso le proprie leggi o le dichiarazioni solenni, ma soprattutto nei momenti in cui l’ordine sembra minacciato e il rispetto dei diritti diventa più difficile. È allora che il potere deve dimostrare di possedere dei limiti. Il film di Daniele Vicari ci ricorda che la memoria non serve soltanto a ricostruire il passato, ma a proteggere il presente. Dimenticare significa rendere nuovamente possibile ciò che è già accaduto. Quel sangue, evocato dal titolo, non deve restare visibile per alimentare rancore, ma per impedire che la paura, l’obbedienza e il silenzio trasformino ancora una volta degli esseri umani in nemici privi di diritti.























