14 luglio 1938: la svolta razzista del fascismo

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Il 14 luglio 1938 il quotidiano Il Giornale d’Italia pubblicò un documento intitolato “Il fascismo e i problemi della razza”, passato alla storia come Manifesto della razza. Il testo rappresentò uno dei momenti più gravi del regime fascista, perché preparò il terreno alla promulgazione delle leggi razziali e trasformò il razzismo in una componente ufficiale dello Stato italiano.

Il documento venne presentato come il risultato delle ricerche di un gruppo di studiosi e docenti universitari. In realtà non aveva alcun serio fondamento scientifico. Il suo obiettivo era fornire una giustificazione ideologica e apparentemente accademica alle decisioni politiche già maturate ai vertici del fascismo. Attraverso un linguaggio categorico, il Manifesto sosteneva l’esistenza delle razze umane, definiva gli italiani appartenenti alla cosiddetta razza ariana e affermava la necessità di preservarne la presunta purezza.

Il razzismo fascista non nacque improvvisamente nell’estate del 1938. Negli anni precedenti il regime aveva già introdotto una legislazione discriminatoria nelle colonie africane. Dopo la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero nel 1936, il governo di Benito Mussolini aveva imposto una rigida separazione tra italiani e popolazioni coloniali, vietando rapporti e unioni che potessero produrre quella che la propaganda definiva “mescolanza razziale”.

A questa evoluzione si aggiunse il progressivo avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista. L’Asse Roma-Berlino, proclamato nel 1936, consolidò i rapporti tra Mussolini e Adolf Hitler. L’antisemitismo tedesco influenzò indubbiamente la politica italiana, ma le leggi razziali non furono semplicemente imposte dalla Germania. Esse furono il risultato di una scelta autonoma e consapevole del regime fascista, legata alla sua volontà di radicalizzare il controllo della società e di rafforzare l’alleanza con il nazismo.

Il punto più grave del Manifesto riguardava gli ebrei italiani, dichiarati estranei alla razza nazionale. Questa affermazione cancellava secoli di storia e ignorava il fatto che le comunità ebraiche fossero presenti nella penisola da molto prima della nascita dello Stato unitario. Molti ebrei avevano partecipato al Risorgimento, combattuto nella Prima guerra mondiale e contribuito alla vita culturale, economica e politica del Paese. Alcuni avevano persino aderito al fascismo. Nulla di tutto questo, però, ebbe più valore di fronte alla classificazione razziale imposta dal regime.

La pubblicazione del Manifesto fu seguita da una vasta campagna di propaganda. Nell’agosto del 1938 nacque la rivista La difesa della razza, che diffuse teorie pseudoscientifiche, immagini manipolate e rappresentazioni offensive con l’obiettivo di presentare gli ebrei e le popolazioni africane come corpi estranei o pericolosi. Il razzismo entrò così nelle scuole, nei giornali, nelle organizzazioni fasciste e nella vita quotidiana.

Pochi mesi dopo arrivarono le leggi razziali. Nel settembre del 1938 studenti e insegnanti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche e dalle università. Bambini e ragazzi vennero improvvisamente separati dai compagni, mentre docenti e professori persero il proprio lavoro. Nel novembre successivo nuove norme vietarono i matrimoni tra cittadini considerati ariani ed ebrei, esclusero questi ultimi dagli impieghi pubblici e limitarono l’esercizio delle professioni, il possesso di aziende e la proprietà di terreni e immobili.

La monarchia ebbe una responsabilità diretta nell’approvazione di questi provvedimenti. Vittorio Emanuele III firmò i decreti, che furono poi applicati da ministeri, prefetture, comuni, scuole, università e ordini professionali. La persecuzione non fu quindi opera soltanto di Mussolini, ma coinvolse in modo esteso l’apparato dello Stato e una parte significativa della società italiana.

Le leggi del 1938 non condussero immediatamente allo sterminio, ma prepararono il terreno alle deportazioni successive. Gli ebrei furono censiti, schedati, isolati e privati dei loro diritti. Dopo l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale e la nascita della Repubblica sociale italiana nel 1943, quelle informazioni facilitarono gli arresti e l’invio di migliaia di persone verso Auschwitz e altri campi di concentramento.

Il Manifesto della razza segnò quindi l’inizio pubblico di un percorso che dalla propaganda portò alla discriminazione, dalla discriminazione alla persecuzione e infine alla deportazione. Ricordare il 14 luglio 1938 significa comprendere come le tragedie della storia non inizino soltanto con la violenza fisica, ma spesso con parole, classificazioni, teorie false e leggi che stabiliscono chi debba essere considerato parte della comunità e chi, invece, possa esserne escluso.

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