7 luglio 1960: la strage operaia di Reggio Emilia

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Il 7 luglio 1960 la città di Reggio Emilia divenne uno dei luoghi simbolo della storia repubblicana italiana. Quel giorno, durante una manifestazione di lavoratori in sciopero contro il governo Tambroni e contro il clima politico segnato dal ritorno sulla scena pubblica del Movimento Sociale Italiano, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. Cinque persone morirono: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. La strage di Reggio Emilia non fu un episodio isolato di ordine pubblico, ma il punto più drammatico di una crisi politica e sociale che attraversò l’Italia nell’estate del 1960, mettendo al centro una domanda decisiva: quale spazio poteva avere, nella Repubblica nata dalla Resistenza, una destra che si richiamava apertamente all’eredità del fascismo?

Per comprendere la portata di quei fatti occorre tornare al contesto politico dell’epoca. Nel marzo del 1960 Fernando Tambroni, esponente della Democrazia Cristiana, formò un governo monocolore che ottenne la fiducia grazie ai voti determinanti del MSI. Era la prima volta che, in modo così evidente, un esecutivo repubblicano si reggeva sull’appoggio parlamentare dei neofascisti. In un Paese che solo quindici anni prima era uscito dalla guerra civile, dall’occupazione nazista e dalla dittatura mussoliniana, quella scelta apparve a una parte rilevante dell’opinione pubblica come una rottura del patto antifascista su cui si fondava la Repubblica.

La tensione esplose quando il MSI decise di tenere il proprio congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. La scelta fu percepita come una provocazione: Genova era stata una delle capitali della lotta partigiana e aveva conosciuto direttamente la repressione nazifascista. Le proteste popolari furono imponenti e costrinsero alla cancellazione del congresso. Da lì, però, la mobilitazione si estese a molte altre città italiane, trasformandosi in una contestazione generale contro il governo Tambroni e contro l’ipotesi di una normalizzazione politica del neofascismo.

Reggio Emilia, città operaia e profondamente segnata dalla tradizione antifascista, partecipò a quella stagione di mobilitazione con uno sciopero generale. Il 7 luglio centinaia di lavoratori e cittadini si raccolsero in piazza, nonostante i divieti imposti dalle autorità. I manifestanti cantavano canzoni della Resistenza e del movimento operaio, tra cui “Bandiera rossa” e “Fischia il vento”. In quel gesto, apparentemente semplice, si condensava una memoria collettiva ancora viva: quella di chi aveva combattuto il fascismo, di chi aveva conosciuto la guerra e di chi considerava la Costituzione repubblicana non un testo astratto, ma il risultato concreto di una lotta politica e morale.

La situazione degenerò rapidamente. Le forze dell’ordine intervennero per disperdere il raduno e, nel corso degli scontri, furono esplosi colpi d’arma da fuoco contro i manifestanti. Il bilancio fu tragico. Ovidio Franchi aveva appena 19 anni; Lauro Farioli ne aveva 22. Emilio Reverberi, operaio, aveva 39 anni; Marino Serri, ex partigiano, ne aveva 41; Afro Tondelli, anch’egli operaio, ne aveva 35. Le loro morti trasformarono la protesta di Reggio Emilia in una ferita nazionale.

La strage di Reggio Emilia ebbe conseguenze politiche immediate. L’indignazione attraversò il Paese, rafforzando la pressione contro il governo. Tambroni, ormai isolato, fu costretto a dimettersi pochi giorni dopo. La sua caduta segnò la fine di un esperimento politico che aveva tentato di legittimare l’appoggio determinante del MSI all’interno della maggioranza di governo. Da quel momento divenne più chiaro che la Repubblica italiana non poteva prescindere dal proprio fondamento antifascista, non solo come memoria del passato, ma come criterio di legittimità democratica.

Il 7 luglio 1960 rimane dunque una data cruciale della storia italiana del dopoguerra. Non fu soltanto una pagina di repressione poliziesca, né solo una tragedia cittadina. Fu il momento in cui una parte larga del Paese riaffermò pubblicamente il legame tra democrazia, lavoro e antifascismo. In quelle piazze si incontravano operai, ex partigiani, giovani cresciuti dopo la Liberazione e cittadini che vedevano nella Costituzione il confine invalicabile oltre il quale la storia non doveva tornare indietro.

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