L’ascesa politica di Roberto Vannacci non è più soltanto un fenomeno mediatico o una provocazione da talk show. Attorno a Futuro Nazionale, il progetto che porta il suo nome e la sua impronta, i sondaggi registrano una crescita che comincia a pesare negli equilibri della destra italiana. Una crescita che sembra avvenire almeno su due fronti: da un lato sottraendo consenso all’attuale centrodestra di governo, soprattutto tra gli elettori più delusi dalla distanza tra promesse e risultati; dall’altro intercettando una parte di astensione, cioè quel bacino di cittadini che non si riconosce più nei partiti tradizionali, ma può essere richiamato al voto da un’offerta politica più ruvida, identitaria e apertamente polemica. È proprio qui che il caso Vannacci diventa politicamente interessante: non perché rappresenti davvero una novità assoluta, ma perché prova a trasformare la frustrazione verso la destra di governo in una nuova spinta elettorale per una destra ancora più urlata.
Ma a guardarla con più attenzione, questa parabola ha molto meno di rivoluzionario di quanto i suoi sostenitori vogliano far credere. Vannacci non nasce nel vuoto: cresce dentro un solco già scavato per anni dalla destra italiana, quella delle parole definitive, degli slogan muscolari, delle soluzioni semplici a problemi complessi. Cambiano i protagonisti, cambia il tono, cambia la confezione. Il copione, però, è lo stesso.
Prima di Vannacci c’era già stata la “ruspa” di Matteo Salvini, simbolo di una politica che prometteva di abbattere degrado, illegalità e campi rom con la forza scenica di una macchina da cantiere trasformata in programma elettorale. C’era stata la citofonata al presunto spacciatore, gesto mediatico più che istituzionale, con un leader politico che si presentava davanti a una casa per chiedere conto di accuse mai diventate una sentenza. C’era stato il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni come risposta risolutiva ai flussi migratori, formula potente in campagna elettorale, molto meno praticabile quando ci si trova a governare dentro trattati internazionali, rapporti europei, vincoli giuridici e realtà geopolitiche.
Per anni questi slogan hanno funzionato perché hanno dato a una parte dell’elettorato l’impressione che esistesse finalmente qualcuno disposto a “fare sul serio”. Poi però è arrivato il governo. Non un governo tecnico, non una maggioranza fragile tenuta in piedi per caso, non una parentesi di emergenza: un governo politico di destra, con una maggioranza parlamentare piena e una guida saldamente nelle mani di Giorgia Meloni. E lì la promessa si è scontrata con la realtà.
La ruspa non ha cambiato il Paese. La citofonata non è diventata un modello di sicurezza pubblica. Il blocco navale non è stato realizzato nei termini in cui era stato agitato nelle piazze e nei comizi. Le grandi formule identitarie sono rimaste perlopiù ciò che erano: strumenti di mobilitazione, parole d’ordine, marcatori di appartenenza. Utili per raccogliere consenso, molto meno per amministrare davvero un Paese complesso.
È dentro questo spazio, lasciato aperto dalla distanza tra propaganda e governo, che si inserisce Vannacci. La sua proposta politica intercetta una frustrazione reale: quella di chi aveva creduto che la destra al potere avrebbe tradotto ogni slogan in atto di governo e oggi si sente tradito o deluso. Vannacci parla a quell’elettorato dicendo, in sostanza: loro si sono normalizzati, io no. Loro hanno promesso e poi si sono fermati, io andrò fino in fondo. È una formula semplice, efficace, perfettamente coerente con la stagione politica in cui viviamo: quando la propaganda di ieri diventa governo, nasce subito una nuova propaganda che accusa il governo di non essere stato abbastanza propaganda.
Il problema, però, non riguarda soltanto la praticabilità delle sue proposte. Riguarda anche il clima che una certa destra contribuisce a costruire nella società. Quando la politica indica continuamente nemici interni, minoranze da respingere, immigrati da allontanare, diritti da ridimensionare, non si limita a descrivere un mondo: lo alimenta. Le parole non sono mai neutre, soprattutto quando vengono pronunciate da chi cerca consenso e potere. Una politica fondata sulla contrapposizione permanente rischia di legittimare un aumento della violenza verbale, dell’aggressività sociale, della discriminazione quotidiana. Prima ancora delle leggi, cambia il linguaggio pubblico; e quando cambia il linguaggio pubblico, cambia anche ciò che una parte della società si sente autorizzata a pensare, dire e fare.
Per questo una destra ancora più radicale, identitaria e muscolare non rappresenterebbe soltanto un irrigidimento politico. Rischierebbe di rendere più fragile il tessuto civile del Paese. Perché chi propaga certe idee, chi normalizza la logica dell’esclusione, chi trasforma la diversità in minaccia e la marginalità in colpa, aiuta un meccanismo pericoloso: quello per cui la violenza non nasce all’improvviso, ma viene preparata lentamente da anni di retorica, sospetto e disumanizzazione.
Lo stesso vale per l’immigrazione, tema sul quale la propaganda della destra continua a muoversi tra slogan impraticabili e parole sempre più estreme. Parlare di improbabili “remigrazioni” può servire a infiammare una platea, ma non significa governare un fenomeno strutturale. L’immigrazione non la gestisce chi promette espulsioni di massa, muri retorici o soluzioni da comizio. La gestisce chi è in grado di costruire politiche serie: ingressi regolari, controlli efficaci, percorsi di integrazione, lavoro, scuola, casa, sicurezza, legalità. Integrare chi può e vuole integrarsi non è buonismo: è governo della realtà. Rimpatriare chi non ha titolo per restare o chi rifiuta ogni percorso di inserimento è parte della stessa serietà istituzionale. Ma una cosa è governare, un’altra è agitare la paura.
La differenza è tutta qui. Governare l’immigrazione significa impedire che le persone finiscano ai margini, perché è proprio la marginalità a produrre degrado, sfruttamento, insicurezza e conflitto sociale. Lasciare gli immigrati fuori dal lavoro regolare, fuori dai percorsi educativi, fuori dalla vita civile non rende più sicuri gli italiani: rende più debole il Paese. Una politica seria non finge che i problemi non esistano, ma non li usa nemmeno come carburante elettorale permanente.
Il punto politico, allora, è un altro. Anche quando Vannacci si presenta come figura distinta, alternativa o separata dal centrodestra tradizionale, difficilmente può essere letto come un corpo estraneo a quell’area. La sua eventuale corsa autonoma rischia di apparire più come una competizione interna al medesimo campo che come una vera rottura. Perché, al momento decisivo, la domanda è una sola: quei voti dove finiranno? Se serviranno a sostenere una maggioranza di destra, allora l’operazione sarà chiara. Non una rivoluzione contro il sistema, ma una riserva elettorale del sistema di governo che dice di voler contestare.
E qui sta la presa in giro nella presa in giro. Prima si alimenta l’illusione che basti gridare più forte per risolvere tutto. Poi, quando chi ha gridato arriva al potere e scopre di non poter fare ciò che prometteva, arriva qualcun altro a spiegare che il problema non era la promessa irrealizzabile, ma chi non ha avuto abbastanza coraggio per realizzarla. È un ciclo perfetto: la destra di governo produce delusione, la destra più radicale raccoglie quella delusione, e alla fine entrambe possono ritrovarsi a sostenere lo stesso blocco politico.
Il risultato è che l’elettore viene chiamato ancora una volta a votare non su ciò che è stato fatto, ma su ciò che viene nuovamente promesso. Non sul bilancio di anni di governo, ma sull’ennesima promessa di una destra più dura, più autentica, più libera dai compromessi. È la vecchia magia della propaganda: trasformare il fallimento delle parole d’ordine in carburante per parole d’ordine ancora più estreme.
Vannacci, dunque, non rappresenta soltanto l’ascesa di un personaggio. Rappresenta il sintomo di una politica che non paga mai davvero il prezzo delle proprie promesse mancate. La ruspa non è arrivata, il blocco navale non si è visto, la sicurezza non si costruisce citofonando, ma l’immaginario resta lì, disponibile per il prossimo leader, il prossimo simbolo, la prossima campagna.
La vera questione non è se Vannacci sia più radicale di Salvini o più coerente di Meloni. La vera questione è se l’Italia continuerà a scambiare la durezza del linguaggio per capacità di governo. Perché governare non significa alzare il volume, ma assumersi la responsabilità dei risultati. Dopo anni di slogan trasformati in bandiere e mai davvero in politiche efficaci, sarebbe legittimo chiedere almeno una cosa: non un’altra promessa urlata, ma un rendiconto serio di quelle già tradite.
Filippo Piccini























