“Fremont”, film del 2023 diretto da Babak Jalali, è una piccola opera indipendente americana che lavora per sottrazione, scegliendo il bianco e nero, i silenzi e una comicità appena percettibile per raccontare una condizione umana profondamente contemporanea: lo spaesamento di chi è sopravvissuto a qualcosa, ma non ha ancora capito come ricominciare a vivere. Presentato al Sundance Film Festival, il film ha trovato attenzione nel circuito del cinema d’autore internazionale, imponendosi come uno dei titoli più delicati e singolari del panorama indipendente recente. Interpretato da Anaita Wali Zada, ex giornalista afghana alla sua prima esperienza cinematografica, con Jeremy Allen White e Gregg Turkington in ruoli secondari ma decisivi, “Fremont” ha ricevuto un’accoglienza molto positiva dalla critica, che ne ha apprezzato l’equilibrio tra minimalismo, malinconia e ironia surreale. È un film piccolo solo in apparenza, perché dentro la sua durata contenuta e la sua messinscena asciutta riesce a condensare temi enormi: l’esilio, il senso di colpa, il trauma, il bisogno d’amore, la ricerca di una normalità che non sembri una condanna.
La protagonista è Donya, una giovane donna afghana che ha lavorato come traduttrice per l’esercito americano e che, dopo il ritorno dei talebani al potere, vive ora a Fremont, in California, in una comunità di rifugiati. Di giorno lavora in una fabbrica di biscotti della fortuna, di notte non riesce a dormire. La sua vita è fatta di gesti ripetuti, conversazioni interrotte, stanze anonime, autobus, turni di lavoro e rapporti umani che sembrano sempre sul punto di diventare qualcosa, senza riuscirci davvero. Donya porta dentro di sé il peso invisibile di una colpa: essere riuscita a partire, mentre altri sono rimasti indietro. Non è una colpa razionale, ma emotiva, di quelle che si insinuano nel corpo e trasformano il sonno in un lusso. Quando viene mandata da uno psichiatra, interpretato con humour straniante da Gregg Turkington, il film trova una delle sue linee più originali: il dolore non viene mai teatralizzato, ma osservato con una specie di pudore ironico, come se la tragedia fosse troppo grande per essere nominata direttamente. La trama procede senza forzature, seguendo Donya nel suo tentativo quasi impercettibile di aprirsi al mondo. L’incontro con Daniel, un meccanico interpretato da Jeremy Allen White, introduce una possibilità affettiva fragile, timida, lontana da ogni romanticismo convenzionale. “Fremont” non racconta una rinascita spettacolare, ma il momento esatto in cui una persona inizia forse a concedersi il diritto di desiderare ancora.
Uno degli aspetti più curiosi e affascinanti del film è proprio la scelta di affidare il ruolo principale ad Anaita Wali Zada, che non nasce come attrice professionista. La sua presenza scenica è uno dei segreti dell’opera: il volto quasi immobile, lo sguardo trattenuto, la voce piana e insieme piena di fratture interiori danno a Donya una verità difficile da costruire con gli strumenti più tradizionali della recitazione. Babak Jalali gira in bianco e nero, con un formato e una composizione che richiamano certo cinema indipendente americano, ma anche il minimalismo europeo e l’umorismo lunare di autori come Jim Jarmusch e Aki Kaurismäki. Non è un caso che i personaggi sembrino spesso abitare luoghi sospesi, privi di un tempo preciso: la fabbrica dei biscotti della fortuna, l’ambulatorio dello psichiatra, il ristorante, l’officina, le strade di Fremont diventano spazi mentali prima ancora che geografici. C’è poi un dettaglio narrativo bellissimo: Donya, che lavora nella produzione dei messaggi nascosti nei biscotti della fortuna, finisce per maneggiare quotidianamente piccole profezie destinate agli altri, mentre lei stessa non riesce ad immaginare il proprio futuro. In questa idea semplice, quasi fiabesca, il film trova la sua metafora più luminosa.
La forza di “Fremont” sta nella sua capacità di parlare del trauma senza trasformarlo in spettacolo. Babak Jalali non cerca la lacrima, non costruisce scene madri, non pretende di spiegare fino in fondo l’esperienza dell’esilio. Preferisce restare vicino alla superficie delle cose, perché sa che spesso è proprio lì che il dolore lascia i segni più profondi: in una risposta troppo breve, in uno sguardo che si abbassa, in una notte insonne, in una frase che non viene detta. Donya è una sopravvissuta, ma il film non la riduce mai alla sua ferita. La osserva come una persona intera, capace di ironia, stanchezza, desiderio, irritazione, pudore. E forse è questa la sua intuizione più umana: non c’è niente di eroico nel ricominciare, e proprio per questo ricominciare è un gesto enorme. Vivere dopo una frattura non significa cancellarla, ma imparare a camminare portandola con sé, senza lasciare che diventi l’unica definizione possibile della propria identità. “Fremont” è un film sulla nostalgia di una casa perduta, ma anche sulla possibilità che una casa non sia solo un luogo alle nostre spalle. A volte è una voce incontrata per caso, una frase infilata dentro un biscotto, una mano tesa con discrezione, una notte in cui finalmente il sonno arriva. In un mondo che chiede continuamente di essere forti, produttivi, riconoscibili, il film di Babak Jalali difende la dignità fragile di chi procede piano, quasi in silenzio, cercando non una felicità assoluta, ma una piccola tregua. Ed è in quella tregua, minima e preziosa, che il cinema torna ad essere una forma di ascolto.























