Il 23 giugno 1980, a Roma, il sostituto procuratore della Repubblica Mario Amato viene ucciso mentre aspetta l’autobus per andare al lavoro. Non ha la scorta, nonostante da tempo si occupi di una delle materie più pericolose dell’Italia di quegli anni: la destra eversiva, il terrorismo nero, le sigle armate nate e cresciute all’ombra della crisi politica e sociale degli anni di piombo. Un militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari lo colpisce alla nuca con una pistola, in un agguato rapido e brutale che ha il carattere di una vera esecuzione. La morte di Mario Amato non è soltanto l’omicidio di un magistrato; è il simbolo tragico di uno Stato che, in uno dei momenti più oscuri della sua storia repubblicana, non seppe proteggere chi stava provando a illuminare i rapporti, le complicità e le responsabilità dell’estremismo neofascista romano.
Per comprendere il significato dell’assassinio di Mario Amato bisogna tornare al clima dell’Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Il Paese usciva dalla stagione più sanguinosa del terrorismo rosso, segnata dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro nel 1978, ma continuava a essere attraversato da una violenza politica diffusa, in cui gruppi armati di matrice opposta agivano in un quadro di tensioni sociali, scontri di piazza, depistaggi, apparati infedeli e zone d’ombra mai del tutto chiarite. A destra, dopo l’esperienza di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, l’eversione neofascista aveva assunto forme nuove. I Nuclei Armati Rivoluzionari, nati attorno a figure come Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi, Gilberto Cavallini e altri militanti dell’area romana, rivendicavano uno spontaneismo armato lontano dalla struttura tradizionale del partito o dell’organizzazione clandestina classica, ma non per questo meno letale.
Mario Amato conosceva bene quella galassia. Dopo l’uccisione del magistrato Vittorio Occorsio, assassinato nel 1976 da Pierluigi Concutelli, aveva ereditato una parte delicatissima delle indagini sulla destra eversiva nella Capitale. Si trovò così a lavorare su un ambiente frammentato, violento, in continua trasformazione, nel quale il confine tra militanza politica, criminalità comune, terrorismo e protezioni occulte era spesso difficile da ricostruire. Amato indagava su rapine, omicidi, armi, rifugi, legami tra gruppi diversi e possibili connessioni tra vecchie strutture neofasciste e nuove formazioni armate. Lo faceva però in condizioni di isolamento quasi totale, con mezzi insufficienti e senza adeguata protezione personale. Più volte aveva segnalato la gravità della situazione e il rischio a cui era esposto. La sua solitudine istituzionale sarebbe diventata, dopo la morte, uno degli elementi più dolorosi della vicenda.
L’agguato del 23 giugno 1980 arriva dunque in un momento in cui il lavoro del magistrato stava toccando nodi sensibili. Mario Amato non era un bersaglio casuale: era l’uomo che, dentro la Procura di Roma, stava seguendo con maggiore continuità le piste dell’eversione nera. Ucciderlo significava fermare un’inchiesta, lanciare un messaggio allo Stato e colpire una figura che i terroristi percepivano come una minaccia concreta. Il fatto che fosse senza scorta, costretto a raggiungere il tribunale con i mezzi pubblici, accentua ancora oggi il senso di abbandono che circonda la sua storia. La sua morte precede di poche settimane un altro evento destinato a segnare per sempre la memoria repubblicana: la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale sarebbero stati condannati esponenti della stessa area eversiva.
L’uccisione di Mario Amato rappresenta una pagina centrale nella storia del terrorismo nero in Italia perché mostra quanto la violenza neofascista non fosse rivolta soltanto contro avversari politici o obiettivi simbolici, ma anche contro chi, dentro le istituzioni, cercava di ricostruirne la rete. I magistrati impegnati su quelle indagini si muovevano in un terreno minato, spesso senza una piena consapevolezza collettiva della portata del fenomeno. La retorica dello “scontro tra opposti estremismi”, pur cogliendo una parte del clima dell’epoca, rischia infatti di appiattire una realtà più complessa, nella quale l’eversione nera ebbe caratteristiche peculiari, legate non solo alla violenza di strada e alla clandestinità armata, ma anche alla storia più ampia della strategia della tensione e dei tentativi di condizionare la vita democratica del Paese.
A distanza di decenni, ricordare Mario Amato oggi significa restituire centralità ad una figura meno conosciuta di altri magistrati uccisi negli anni della Repubblica, ma non meno importante. La sua vicenda parla di terrorismo, di antifascismo, di giustizia e di responsabilità istituzionali. Parla di un uomo che continuò a lavorare nonostante le minacce e la consapevolezza del pericolo, ma parla anche di uno Stato che arrivò troppo tardi a riconoscere il valore e la vulnerabilità di quel lavoro. Il suo nome resta legato a una domanda che attraversa molte tragedie italiane: quanto sarebbe stato possibile evitare, se gli allarmi fossero stati ascoltati prima?























