L’EGEMONIA SOTTO SCACCO

scacco americano

La guerra contro l’Iran avrebbe dovuto restituire agli Stati Uniti l’immagine di una potenza capace di decidere da sola il destino del Medio Oriente. Nelle intenzioni di Donald Trump, il ricorso alla forza doveva servire a chiudere una partita rimasta aperta troppo a lungo: colpire Teheran, piegarne la leadership, costringerla a un accordo più favorevole di quello precedente e mostrare al mondo che l’America, quando decide di agire, resta ancora l’arbitro ultimo dell’ordine internazionale. Il risultato, invece, appare sempre più vicino al suo contrario. Washington non solo non ha ottenuto una vittoria politica, ma rischia di ritrovarsi con un Medio Oriente più ostile, meno controllabile e molto più distante dallo status quo che precedeva la guerra.

Il punto centrale è proprio questo: gli Stati Uniti hanno dichiarato una guerra per modificare a proprio vantaggio gli equilibri regionali e ora potrebbero essere costretti ad accettare un equilibrio peggiore di quello che volevano abbattere. Prima del conflitto, l’Iran era un avversario duro, sanzionato, isolato in larga parte dal sistema occidentale, ma ancora contenuto dentro un gioco di pressioni, negoziati, minacce e deterrenza. Dopo settimane di attacchi, ritorsioni, crisi energetica e tensioni nello Stretto di Hormuz, Teheran non è scomparsa, non ha ceduto e non ha consegnato a Washington la scena della vittoria. Al contrario, ha dimostrato che anche una potenza militarmente inferiore può rendere insostenibile il costo politico, economico e strategico della superiorità americana.

È qui che si misura la crisi dell’egemonia statunitense. L’egemonia non consiste soltanto nel possedere portaerei, bombardieri, basi militari e alleanze formali. Consiste soprattutto nella capacità di trasformare la forza in obbedienza, la minaccia in deterrenza, la pressione militare in risultato diplomatico. Per decenni, nel Golfo Persico, la presenza americana ha avuto questa funzione: garantire agli alleati che Washington avrebbe protetto le rotte energetiche, contenere i rivali, scoraggiare gli attacchi, impedire che la regione scivolasse fuori dalla sua orbita. La guerra con l’Iran ha incrinato esattamente questa promessa. Le basi americane, nate per rassicurare, sono diventate bersagli. Gli alleati, abituati a considerare gli Stati Uniti come il numero da chiamare nei momenti di crisi, hanno cominciato a guardarsi intorno.

Non è necessario immaginare una rottura plateale tra le monarchie del Golfo e Washington. I rapporti economici, militari e diplomatici resteranno profondi ancora a lungo. Ma il cambiamento più importante è spesso quello che avviene senza annunci solenni. Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Kuwait non possono più permettersi di vivere dentro una sola dipendenza strategica. Se l’ombrello americano non impedisce la guerra, se la presenza americana non garantisce la sicurezza delle infrastrutture, se ogni escalation decisa a Washington produce costi diretti sulle economie del Golfo, allora la prudenza impone una diversificazione. Ed è proprio questa diversificazione a segnare la fine dell’egemonia esclusiva degli Stati Uniti.

Nel vuoto aperto dalla guerra entrano altri attori. La Cina non ha bisogno di sostituire militarmente gli Stati Uniti per guadagnare influenza. Le basta apparire più prevedibile, meno ideologica, più utile come interlocutore diplomatico. Pechino parla con Teheran, dialoga con Riad, compra energia, investe, non pretende conversioni politiche e si presenta come potenza interessata alla stabilità più che alla punizione. È una postura che, in una regione stanca di guerre preventive e cambi di regime annunciati o sussurrati, pesa più di molte dichiarazioni occidentali. La Russia, la Turchia, il Pakistan e gli altri attori regionali si muovono nello stesso spazio: non cancellano l’America, ma contribuiscono a ridurla da potenza indispensabile a una potenza tra le altre.

Il paradosso più grande riguarda l’Iran. La guerra doveva indebolirlo, ma gli ha consegnato una nuova centralità. Se Teheran conserva anche solo una parte della sua capacità di condizionare lo Stretto di Hormuz, il suo potere negoziale aumenta. Non perché l’Iran sia diventato invincibile, ma perché ha mostrato di poter colpire il punto più sensibile dell’economia globale: l’energia. In questo scenario, l’eventuale accordo che gli Stati Uniti cercheranno di ottenere non sarà necessariamente migliore di quello precedente. Potrebbe essere un compromesso imposto dalla necessità, non dalla forza. Potrebbe riconoscere di fatto un ruolo iraniano più pesante sulla sicurezza del Golfo. Potrebbe richiedere garanzie di attori terzi, forse cinesi, forse regionali, proprio perché Washington non viene più percepita come garante credibile da chi dovrebbe sedersi al tavolo.

Trump potrà anche dichiarare di aver vinto. Lo stile politico del presidente americano è costruito sulla trasformazione di ogni arretramento in successo narrativo, di ogni impasse in trionfo imminente, di ogni fallimento in prova di forza. Ma la geopolitica, a differenza della propaganda, non si lascia piegare interamente dal linguaggio. Se una guerra viene lanciata per costringere l’avversario alla resa e si conclude con l’avversario ancora in piedi, con gli alleati più cauti, con le rotte energetiche più vulnerabili e con la Cina più centrale nella diplomazia regionale, allora quella guerra non è stata vinta. È stata persa nel terreno che conta di più: quello politico.

Gli Stati Uniti restano una potenza enorme, forse ancora la più forte al mondo sul piano militare, tecnologico e finanziario. Ma il punto non è la fine dell’America. È la fine dell’illusione americana di poter governare il Medio Oriente con la sola combinazione di basi, sanzioni e bombardamenti. La guerra con l’Iran mostra che la forza, quando non produce ordine, produce soltanto accelerazione del disordine. E nel disordine, chi ha promesso sicurezza perde credibilità più rapidamente di chi ha promesso resistenza.

Il Medio Oriente che uscirà da questa crisi non sarà più favorevole a Washington di quello che esisteva prima. Sarà più frammentato, più multipolare, più esposto alle mediazioni non occidentali e più incline a trattare con l’Iran non come problema da cancellare, ma come potere da contenere e accomodare. È questo il vero prezzo della guerra dichiarata da Trump: non soltanto non aver piegato Teheran, ma aver mostrato agli alleati e ai rivali che l’egemonia americana può essere sfidata, logorata, aggirata.

La sconfitta più profonda non è quella che si vede in una base colpita o in una nave costretta a cambiare rotta. È quella che si deposita nelle scelte future degli altri. Un governo del Golfo che apre un canale in più con Pechino. Un alleato europeo che dubita della tenuta americana. Un rivale asiatico che osserva i limiti della macchina militare statunitense. Un Iran che capisce di poter sopravvivere all’urto e sedersi al tavolo da una posizione meno fragile. È così che finiscono le egemonie: non sempre con un crollo, spesso con una serie di correzioni silenziose, finché il centro del mondo non è più dove tutti avevano imparato a cercarlo.

Filippo Piccini

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