Premier time al Senato, Renzi attacca Meloni: con la crisi di Hormuz pensa alla legge elettorale

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Il premier time al Senato si trasforma in un duro confronto politico tra Giorgia Meloni e Matteo Renzi, con la crisi internazionale sullo sfondo e l’ultimo tratto della legislatura al centro dello scontro. La presidente del Consiglio arriva in Aula per rispondere alle interrogazioni dei partiti, in una seduta segnata dai temi economici, dal caro energia, dal lavoro, dalla sanità e dalle tensioni geopolitiche. Ma il passaggio più acceso è quello con il leader di Italia viva, che accusa il governo di non essere all’altezza della fase e di rispondere alle emergenze globali con priorità considerate fuori fuoco.

Renzi attacca frontalmente la premier, sostenendo che rispetto all’inizio della legislatura sia diventata “una copia sbiadita”. Nel suo intervento cita la sconfitta al referendum costituzionale, il rapporto con Donald Trump, le difficoltà della maggioranza e la qualità della squadra di governo. Il bersaglio diventa anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli, evocato da Renzi come simbolo di un esecutivo che, a suo dire, scaricherebbe le responsabilità sui collaboratori quando emergono problemi politici. La frase più dura arriva però sullo scenario internazionale: “Di fronte allo stretto di Hormuz la vostra proposta è la legge elettorale”. Un’accusa che punta a rappresentare il governo come concentrato sulle regole del voto mentre il Paese deve fare i conti con una crisi energetica e geopolitica potenzialmente pesante.

Meloni replica con toni altrettanto netti. La premier sostiene che ogni volta che viene invocata la sua presenza in Aula, al di là degli insulti, resti “oggettivamente poco di cui parlare”. Rivendica la linea dell’esecutivo e invita le opposizioni a ridurre la polemica, lasciando spazio a un confronto sulle questioni strategiche per l’Italia. Tra queste indica l’energia, la competitività delle imprese, il potere d’acquisto delle famiglie e la necessità di ridurre dipendenze considerate sempre più rischiose.

Sul fronte energetico, Meloni annuncia che entro l’estate dovrebbe essere completato il quadro normativo per la ripresa del nucleare in Italia, con la legge delega e i decreti attuativi. Un passaggio accolto con apertura da Carlo Calenda, che però chiede un piano industriale più ampio e una cabina di regia a Palazzo Chigi aperta alle opposizioni. La premier si dice disponibile al confronto, purché non venga trasformato in una passerella, e afferma che le porte del governo restano aperte a chi intende mettere davanti l’interesse nazionale.

Il dibattito si allarga poi all’economia. Meloni difende i risultati del governo su occupazione, deficit, tasse e stabilità dei conti, respingendo l’accusa di austerità e attribuendo una parte significativa delle difficoltà al peso del Superbonus. Dal Movimento 5 Stelle e dal Partito democratico arrivano critiche opposte: Stefano Patuanelli contesta la lettura dei dati economici, mentre Francesco Boccia accusa la premier di vivere in una “bolla” e richiama salari, sanità, liste d’attesa e costo della vita.

La seduta conferma così un clima politico già teso. Da una parte Meloni prova a presentarsi come garante della continuità di governo in una fase internazionale instabile; dall’altra le opposizioni la accusano di aver perso slancio, di avere una maggioranza logorata e di concentrare energie su riforme istituzionali ed elettorali mentre il Paese affronta dossier più urgenti. Il botta e risposta con Renzi diventa la sintesi plastica di questa frattura: non solo uno scontro personale, ma il segnale di una legislatura entrata nella sua fase più nervosa.

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