Ora, però, le crepe si vedono. Gli ultimi sondaggi raccontano un centrodestra ancora avanti, ma meno solido, con Fratelli d’Italia che resta il primo partito e una maggioranza che comincia però a mostrare segnali di erosione. Il campo largo si avvicina, la fiducia nel governo cala, e anche dentro l’elettorato di maggioranza affiora una stanchezza che fino a pochi mesi fa sembrava più contenuta. È dentro questo quadro che va letta l’improvvisa frenesia dell’esecutivo. Non come un risveglio di responsabilità, ma come un cambio di passo dettato dalla paura.
Il caso più evidente è quello della cosiddetta pulizia interna. Per anni la premier ha difeso o comunque tollerato presenze politicamente logorate, salvo poi scoprire la “sensibilità istituzionale” quando il danno d’immagine è diventato insostenibile. Dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, Palazzo Chigi ha auspicato un analogo passo indietro di Daniela Santanchè, a lungo rimasta al suo posto nonostante un processo per presunto falso in bilancio, un’indagine per bancarotta e una per presunta truffa all’Inps. Le sue dimissioni sono arrivate solo quando il caso era ormai diventato politicamente insostenibile, dentro un tentativo più ampio di ripulire l’immagine del governo. Dunque la domanda politica è semplice: se quel passo era necessario, perché non prima? Se la questione era etica, perché è diventata urgente solo quando è diventata elettoralmente tossica?
Lo stesso schema si ripete sulla politica estera. Meloni ha costruito per anni una parte della propria legittimazione internazionale sull’asse con il mondo conservatore americano e su un rapporto privilegiato con Israele. Poi, quando Trump è diventato un problema anche per l’opinione pubblica italiana e Netanyahu un alleato sempre più scomodo, è arrivata la svolta. Il governo ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare e di difesa con Israele “in considerazione della situazione attuale”. Pochi giorni dopo, Trump ha attaccato Meloni accusandola di non avere coraggio per non aver sostenuto l’azione americana contro l’Iran, mentre il Guardian osservava che la premier si trovava sotto crescente pressione interna per il suo allineamento precedente con Trump e per la riluttanza a condannare apertamente Israele.
Poi c’è il lavoro. Alla vigilia del Primo maggio il governo ha varato un decreto da circa un miliardo, parlando di “salario giusto”, incentivi all’occupazione, contrasto al caporalato digitale e bonus per giovani, donne e Zes. Ma dopo anni di salari reali erosi, contratti scaduti, precarietà strutturale e opposizione sostanziale al salario minimo legale, l’intervento appare più come una scenografia da conferenza stampa che come una politica industriale e sociale organica. Non a caso Maurizio Landini ha sintetizzato la critica nel modo più netto: “I soldi di queste misure vanno alle imprese, non ai cittadini”. Il governo chiama “salario giusto” ciò che continua a passare dalla selezione degli incentivi pubblici, non da un rafforzamento diretto e universale del potere contrattuale dei lavoratori.
Infine il Piano casa. Qui la distanza tra narrazione e realtà è quasi didascalica. Meloni annuncia 10 miliardi per 100mila alloggi, ma il provvedimento arriva dopo anni di emergenza abitativa e viene accompagnato dagli sfratti più veloci. Il piano prevede la rigenerazione di 60mila alloggi popolari, 40mila alloggi sociali e un disegno di legge sugli sfratti rapidi. Ma il punto politico è un altro: un governo che riscopre la casa a ridosso della campagna elettorale permanente non sta necessariamente affrontando la questione abitativa; sta provando a impacchettarla. Soprattutto se, accanto agli annunci sull’edilizia pubblica, mette al centro l’accelerazione degli sgomberi, cioè la risposta più facile da vendere all’elettorato securitario e la meno utile per chi non riesce a pagare un affitto.
La crisi abitativa, del resto, non nasce oggi. Da anni migliaia di famiglie attendono una casa popolare, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica resta insufficiente, vecchio, spesso inutilizzabile. Gli affitti sono aumentati, il potere d’acquisto si è ridotto, la povertà assoluta si è allargata. Eppure il governo arriva solo adesso, con un piano che mescola risorse già stanziate, fondi da attivare, promesse decennali e una forte delega ai privati. Anche qui il messaggio è più rapido della soluzione: si annuncia molto, si interviene poco, e intanto si offre all’opinione pubblica la parte più muscolare del pacchetto, quella degli sfratti accelerati.
È questo il filo che lega tutto: non la soluzione dei problemi, ma il loro uso politico. Gli indagati diventano un problema quando pesano nei sondaggi. Israele diventa un problema quando l’allineamento costa consenso. Trump diventa un problema quando l’amicizia personale si trasforma in imbarazzo diplomatico. Il lavoro diventa una priorità alla vigilia del Primo maggio. La casa diventa emergenza quando può essere raccontata come grande piano nazionale.
Il governo Meloni non è immobile: si muove, eccome. Ma si muove tardi, quando la convenienza supera la convinzione. E questa è forse la critica più grave per un esecutivo che ha costruito la propria immagine sulla coerenza, sulla decisione e sulla capacità di “fare quello che gli altri non avevano fatto”. Perché governare non significa accorgersi dei problemi quando diventano pericolosi per il consenso. Governare significa affrontarli quando riguardano la vita delle persone, anche se non conviene, anche se non produce uno slogan, anche se non serve a recuperare mezzo punto nei sondaggi.
Il rischio, oggi, è che agli italiani venga chiesto ancora una volta di confondere la propaganda con la politica. Di scambiare un decreto tardivo per una visione, una conferenza stampa per una riforma, una svolta obbligata per un atto di coraggio. Ma dopo quasi quattro anni di governo, il tempo degli alibi è finito. E quando un esecutivo comincia a fare tutto insieme solo quando sente franare il terreno sotto i piedi, la domanda non è più che cosa abbia deciso di fare. La domanda è perché non lo abbia fatto prima.
Filippo Piccini