Città sola // Spazio Rossellini

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“Città sola”, portato in scena allo Spazio Rossellini lo scorso 11 aprile, è uno di quegli spettacoli che non si limitano a raccontare una storia, ma costruiscono un ambiente percettivo nel quale lo spettatore viene lentamente assorbito. L’adattamento teatrale del testo di Olivia Laing, ideato da Alessandro Ferroni e Maddalena Parise per lacasadargilla, si configura come un dispositivo scenico complesso e stratificato, capace di trasformare la riflessione sulla solitudine urbana in esperienza sensoriale.

La scena si presenta essenziale, ma tutt’altro che povera: pochi elementi (una panchina, un tavolo, superfici verticali) diventano superfici vive su cui si depositano immagini, tracce, frammenti di città. Non si tratta di una scenografia tradizionale, ma di una vera e propria architettura emotiva. Le proiezioni scorrono come visioni intermittenti: dettagli urbani, opere d’arte, geometrie di vetro e cemento che evocano una metropoli mai completamente afferrabile. È una città che non si lascia possedere, ma solo attraversare.

Al centro di questo spazio si muove Lisa Ferlazzo Natoli, unica presenza viva in scena, che assume il ruolo di guida e filtro sensibile. La sua interpretazione evita ogni enfasi e costruisce invece un rapporto diretto, quasi confidenziale, con il pubblico. La voce, amplificata e modulata attraverso una varietà di dispositivi (microfoni, registrazioni, supporti digitali) diventa materia drammaturgica. Non è solo narrazione: è suono, respiro, vibrazione.

Il testo si articola come una passeggiata notturna tra esistenze segnate dalla solitudine. Figure come Edward Hopper, con la sua solitudine visiva e urbana, Andy Warhol, interprete dell’alienazione mediatica e della riproducibilità dell’esperienza, e David Wojnarowicz, che incarna una dimensione politica e corporea dell’isolamento, emergono non come semplici riferimenti biografici, ma come presenze che abitano lo spazio scenico, accanto a traiettorie altrettanto incisive come quella di Henry Darger, dove la creazione diventa rifugio totale, di Klaus Nomi, emblema di una solitudine performativa e tragica, di Zoe Leonard, centrale nel discorso sulla riparazione e sulla memoria, e di Josh Harris, che introduce il passaggio alla solitudine digitale. Le loro vite si intrecciano in un tessuto narrativo che riflette sul rapporto tra isolamento e creazione artistica, tra invisibilità e bisogno di essere riconosciuti.

Ciò che colpisce maggiormente è la capacità dello spettacolo di evitare qualsiasi retorica sulla solitudine. Non c’è compiacimento nel dolore, né tentativo di semplificazione. La solitudine qui è un fenomeno complesso, stratificato, a tratti persino fertile. È uno spazio ambivalente: può generare alienazione, ma anche una forma radicale di consapevolezza.

Il lavoro sul suono è determinante. Il paesaggio sonoro costruito da Alessandro Ferroni avvolge lo spettatore in una dimensione immersiva: rumori urbani, frammenti musicali, echi lontani si mescolano in una partitura che restituisce la sensazione di una città pulsante, ma distante. Non si tratta di semplice accompagnamento, bensì di un elemento drammaturgico autonomo, capace di dialogare con la voce e con le immagini.

Dal punto di vista registico, Ferroni e Ferlazzo Natoli costruiscono un equilibrio preciso tra staticità e movimento. L’azione scenica è ridotta al minimo, ma ogni gesto è calibrato, ogni spostamento ha un peso specifico. Il tempo sembra dilatarsi, permettendo allo spettatore di entrare in uno stato di ascolto profondo.

“Città sola” si distingue anche per la sua natura ibrida. Non è solo teatro di parola, né installazione visiva, né performance sonora: è un punto di convergenza tra linguaggi. Questa dimensione intermediale riflette perfettamente il contenuto dell’opera, che attraversa discipline, epoche e biografie per interrogare una condizione universale e contemporanea, senza offrire risposte immediate, ma aprendo spazi di riflessione. È un attraversamento più che una visione: un cammino dentro una metropoli interiore che, alla fine, somiglia sorprendentemente alla nostra.

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