Un nuovo inciampo per la maggioranza sul delicato dossier dei rimpatri assistiti. Nella tarda serata di lunedì, il governo ha deciso di fare marcia indietro sull’emendamento correttivo che avrebbe dovuto modificare la norma contestata, trasformando quella che doveva essere una soluzione tecnica in un caso politico aperto.
La giornata era iniziata con segnali opposti. Nel pomeriggio, il sottosegretario Alfredo Mantovano si era recato al Quirinale consapevole della necessità di intervenire sul testo. Il confronto con il presidente Sergio Mattarella aveva chiarito immediatamente la linea: la norma sui rimpatri, così com’è, presenta criticità giuridiche e costituzionali tali da rendere improbabile una firma senza modifiche. Da qui l’elaborazione di una proposta alternativa, che prevedeva un ampliamento dei soggetti autorizzati a presentare ricorsi – non solo avvocati ma anche mediatori culturali, esperti e organizzazioni – e una revisione del meccanismo del compenso.
Il punto più controverso riguardava infatti il cosiddetto “premio” riconosciuto a chi presenta il ricorso per il rimpatrio assistito. Nella nuova versione, il pagamento sarebbe stato garantito dallo Stato e non più dal Consiglio nazionale forense, e sarebbe stato erogato indipendentemente dall’esito della procedura. Una modifica pensata per superare le obiezioni già sollevate, ma destinata a rimanere sulla carta.
A bloccare tutto è stato il nodo delle coperture finanziarie. Quando la proposta è arrivata al vaglio della Ragioneria dello Stato, guidata da Daria Perrotta, è emersa l’assenza di una quantificazione chiara dei costi. Senza una relazione tecnica che certifichi la sostenibilità della misura, l’emendamento non può essere “bollinato”. Un passaggio formale, ma decisivo, che ha di fatto congelato l’intervento.
Nel frattempo, il tempo stringe. L’eventuale modifica del decreto alla Camera avrebbe imposto un nuovo passaggio al Senato entro il 25 aprile, con margini ridottissimi e il rischio concreto di un ostruzionismo da parte delle opposizioni. Uno scenario che ha spinto l’esecutivo a fermarsi. Le commissioni sono state sciolte in serata e ogni ipotesi di correzione immediata è stata accantonata.
Resta così sul tavolo una soluzione alternativa, tutt’altro che lineare: approvare il decreto nella sua forma attuale, per poi intervenire successivamente con un nuovo provvedimento correttivo. Una strada che eviterebbe al governo di mostrare cedimenti politici nel breve periodo, ma che potrebbe aprire un ulteriore fronte di tensione con il Quirinale, già critico su alcuni passaggi della norma.
Sul piano interno, emergono anche frizioni nella maggioranza. A Palazzo Chigi nessuno rivendica la paternità della disposizione contestata, mentre diverse fonti indicano l’ufficio legislativo del Viminale, guidato dal ministro Matteo Piantedosi, come responsabile della formulazione originaria. Un rimpallo che segnala tensioni sotterranee e difficoltà di coordinamento.
Il risultato è un quadro incerto, in cui una questione tecnica si trasforma rapidamente in un problema politico più ampio. E mentre il governo cerca una via d’uscita, resta l’incognita decisiva: la posizione del Colle su un decreto che, allo stato attuale, rischia di non superare il vaglio finale.























