Il 22 e 23 marzo 2026 non si è votato soltanto su una riforma della giustizia. Si è votato, in realtà, sul rapporto fra potere politico e garanzie costituzionali, fra governo della maggioranza e limiti che la Repubblica si è data per non ricadere mai più nella logica dell’uomo solo al comando. Il risultato è stato netto: il No ha prevalso con il 53,56 per cento, pari a circa 14,7 milioni di voti, contro il 46,41 per cento dei Sì, in un referendum segnato da un’affluenza molto alta, vicina al 59 per cento. Il No ha vinto in quasi tutto il Paese, lasciando al Sì solo Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. È stata una sconfitta politica piena per Giorgia Meloni e per il suo governo, che avevano trasformato la consultazione in una prova di forza e in un plebiscito sulla loro idea di Stato.
C’è poi un elemento che il referendum ha reso evidente con una chiarezza quasi brutale, e che troppo spesso viene rimosso dal racconto politico: questa maggioranza, nei numeri reali del Paese, non è mai esistita. Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza si è fermata intorno al 63%, una delle più basse nella storia repubblicana. Fratelli d’Italia, il partito della premier, ha ottenuto circa il 26% dei voti validi. Tradotto sul totale degli aventi diritto, significa che Meloni governa con il consenso diretto di poco più del 16% dell’elettorato. È una maggioranza parlamentare pienamente legittima, ma politicamente relativa, fragile nel suo radicamento reale nel Paese. Il referendum, con un’affluenza alta e un No maggioritario, ha fatto emergere proprio questa distanza: tra il potere costruito nelle urne e la rappresentanza effettiva della società. È in questo scarto che si incrina il racconto della “maggioranza degli italiani”.
La destra ha provato a presentare il referendum come una modernizzazione necessaria, quasi una manutenzione tecnica di un sistema giudiziario da rendere più efficiente. Ma non era questo il cuore della questione. Il testo sottoposto al voto interveniva sulla Costituzione per separare le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, istituire due distinti organi di autogoverno e un’Alta Corte disciplinare. In astratto, alcuni di questi elementi possono perfino essere discussi in comparazione con altri ordinamenti; ma il punto politico e costituzionale era un altro: in Italia quella modifica arrivava dentro una lunga campagna di delegittimazione della magistratura, condotta dal governo e da pezzi della maggioranza, e finiva per spostare l’equilibrio complessivo dei poteri a favore dell’esecutivo. Non a caso, nel dibattito parlamentare e pubblico, molti oppositori hanno sostenuto che la riforma non separasse soltanto funzioni, ma aprisse la strada a una magistratura requirente più esposta alla pressione politica.
Per questo la vittoria del No non va letta come il successo di una corporazione, né come la difesa acritica dell’esistente. La giustizia italiana ha problemi veri: lentezze, diseguaglianze territoriali, arretrati, insufficienze organizzative. Ma gli elettori hanno capito che quella proposta non interveniva lì, dove servirebbero investimenti, personale, innovazione e riforme serie. Interveniva invece nel punto più sensibile: l’autonomia di un potere che, in una democrazia costituzionale, deve restare separato e indipendente proprio perché chiamato a controllare anche chi governa. Il messaggio uscito dalle urne è stato limpido: riformare sì, subordinare no. E questo spiega anche perché la campagna del No abbia saputo parlare a un elettorato molto più largo dei partiti di opposizione, mobilitando società civile, associazioni, comitati, giuristi, magistrati e cittadini comuni.
Il dato forse più importante, e più promettente, è stato proprio quello della partecipazione. L’affluenza ha sfiorato il 59 per cento, nove punti sopra le Europee secondo le analisi sul voto, e tra i 18 e i 34 anni il No ha raggiunto il 61 per cento. È un segnale politico enorme. Per anni ci siamo sentiti ripetere che i giovani erano apatici, lontani dalla democrazia, chiusi nel privato. Invece, quando hanno percepito che era in gioco qualcosa di essenziale, sono andati a votare. Non per un leader salvifico, non per un’operazione di Palazzo, ma per fermare una torsione dell’ordinamento. È la parte più bella di questa vicenda: il ritorno di un sentimento costituzionale diffuso, di una cittadinanza che magari non frequenta i partiti, ma riconosce ancora la differenza fra una riforma e uno strappo.
Ed è qui che la parola Costituzione torna a pesare per quello che davvero significa. La Carta italiana non è bella per retorica scolastica o per abitudine celebrativa. È bella perché nasce da una storia tragica e da una reazione lucidissima alla tragedia del fascismo e della guerra. L’Assemblea Costituente lavorò lungo tutto il 1947, approvò il testo il 22 dicembre con 453 voti favorevoli e 62 contrari, e la Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Non fu un testo improvvisato, scritto per convenienza di parte, ma il frutto di culture politiche e giuridiche altissime, costrette a trovare un terreno comune dopo la catastrofe nazionale. È per questo che la nostra Costituzione continua a reggere: perché non è il manifesto di una fazione vincente, ma il patto che impedisce a chi vince di prendersi tutto. E ogni volta che qualcuno prova a piegarla a una convenienza contingente, il Paese più profondo, spesso silenzioso, prima o poi reagisce.
Per Meloni, allora, il problema non è soltanto aver perso. È aver perso nel modo peggiore: dopo aver personalizzato lo scontro, radicalizzato i toni e consentito a esponenti della sua area di alimentare una campagna aggressiva contro la magistratura. La reazione della premier nei giorni successivi al voto ha confermato la fragilità politica di un governo che, colpito nel suo asse identitario, ha cercato subito dei sacrificabili. Delmastro e Bartolozzi sono stati spinti alle dimissioni; poi è arrivata la richiesta di un passo indietro anche a Santanchè, che si è infine dimessa, mentre Meloni ha preso il Turismo ad interim. È difficile non vedere in questo repulisti tardivo un tentativo di scaricare su alcuni nomi il prezzo di una sconfitta che è invece tutta politica e che appartiene innanzitutto alla presidente del Consiglio e alla sua linea. Prima ha caricato il referendum di valore strategico, poi, una volta sconfitta, ha fatto finta che il problema fossero soltanto “gli errori dei suoi”. È il classico riflesso di chi non mette mai in discussione se stesso, ma solo l’anello più debole della catena.
Adesso si apre una fase incerta. Formalmente il governo può andare avanti: Meloni ha già fatto sapere che non intende porre la fiducia né riconoscere l’esistenza di una crisi politica. Ma il contraccolpo è reale, e dentro la maggioranza si discute apertamente di scenari che fino a una settimana fa sembravano fantasie da retroscenista: elezioni anticipate, rimpasti, accelerazione sulla legge elettorale, persino il rischio che eventuali dimissioni della premier possano non portare subito alle urne ma a un governo tecnico o istituzionale. È uno scenario che, paradossalmente, potrebbe perfino convenirle: uscire da Palazzo Chigi, tornare a recitare la parte della perseguitata, rifarsi un’identità oppositiva e trasformare l’intervallo tecnico in una lunga campagna permanente. Del resto, l’opposizione è stata per anni il terreno sul quale Meloni ha mostrato la sua migliore attitudine propagandistica; governare, invece, continua a sembrarle soprattutto un problema di narrazione. Ma proprio per questo il voto del 22 e 23 marzo ha un valore che va oltre la contingenza: ha dimostrato che il Paese non è inerme, che l’arroganza del potere può essere fermata e che la Costituzione, quando viene davvero chiamata in causa, sa ancora mobilitare coscienze, energie e speranze.
Filippo Piccini























