28La morte di Ali Khamenei sotto le macerie di un bunker colpito dai bombardamenti israeliani e americani segna un passaggio storico di portata enorme. Non solo per l’Iran, che perde la sua guida politico-religiosa dopo decenni di potere concentrato e repressione sistematica, ma per l’intero equilibrio internazionale. Le immagini delle celebrazioni in alcune città iraniane raccontano un sentimento autentico: la liberazione da un regime percepito come oppressivo. Chi ha vissuto sotto la censura, la paura e la violenza istituzionalizzata non deve chiedere il permesso per esultare.
Il punto, tuttavia, non è l’emozione di chi si sente finalmente sollevato da un peso. Il punto è la cornice dentro cui questo evento si è consumato. Israele e Stati Uniti hanno scelto di intervenire direttamente, colpendo un obiettivo che coincideva con la massima leadership dello Stato iraniano. Lo hanno fatto senza un mandato delle Nazioni Unite e senza un percorso multilaterale condiviso. Hanno stabilito, di fatto, che la loro valutazione politica fosse sufficiente a legittimare l’uso estremo della forza.
Khamenei è stato il volto di un regime che ha represso proteste, incarcerato oppositori, imposto un controllo rigido sulla società civile. Le responsabilità del suo governo sono oggetto di documentazione ampia e consolidata. Ma proprio per questo la questione è più delicata. Se il principio diventa che un leader può essere eliminato militarmente perché ritenuto responsabile di gravi violazioni, allora quel criterio dovrà valere in modo universale. In caso contrario, si trasforma in una scelta discrezionale legata ai rapporti di forza.
Il diritto internazionale nasce per limitare questa discrezionalità. Non è un meccanismo perfetto, né sempre efficace, ma rappresenta l’unico tentativo strutturato di sottrarre le relazioni tra Stati alla logica pura della potenza militare. Quando due Paesi decidono unilateralmente di bombardare un altro Stato sovrano e di rimuoverne la guida, il precedente che si crea non resta confinato a quel caso specifico. Diventa un modello replicabile da chiunque disponga di sufficiente capacità militare.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a giustificazioni simili in contesti diversi. L’invasione russa dell’Ucraina è stata presentata come operazione necessaria per garantire sicurezza e “denazificazione”. La Cina rivendica il diritto di riunificare Taiwan come questione interna. Ogni potenza costruisce la propria narrazione legittimante. Se la comunità internazionale accetta che la forza possa sostituire stabilmente le regole condivise, sarà sempre più difficile opporsi quando altri utilizzeranno lo stesso schema.
C’è anche un rischio strategico immediato. La rimozione di un leader non equivale automaticamente alla trasformazione di un sistema politico. I regimi sono strutture complesse, sostenute da apparati militari, economici e ideologici. L’eliminazione del vertice può aprire uno spazio di transizione, ma può anche innescare lotte interne, radicalizzazioni e instabilità regionale. L’idea che un singolo attacco possa risolvere equilibri sedimentati da decenni è una semplificazione che la storia recente ha già smentito più volte.
Per l’Europa e per l’Italia la questione assume un significato ulteriore. Se l’Occidente rivendica di fondarsi su regole, diritti e multilaterismo, deve misurare le proprie scelte con quegli stessi parametri. Non si tratta di difendere un regime autoritario, ma di difendere il principio che le regole valgono anche quando il bersaglio è politicamente sgradito. La credibilità di un sistema internazionale si misura nella coerenza, non nella convenienza.
L’emozione per la fine di un leader controverso è comprensibile. La tentazione di leggere l’evento come dimostrazione dell’efficacia della forza è diffusa. Ma la politica internazionale non è un’arena sportiva e non funziona per slogan. Ogni azione di questo tipo modifica gli equilibri normativi e simbolici su cui si regge la convivenza tra Stati. Se si consolida l’idea che chi ha la potenza di fuoco decide anche la legittimità, il rischio è di scivolare verso un ordine sempre più instabile.
La morte di Khamenei chiude una fase della storia iraniana. Resta da capire quale fase apra per il sistema globale. Se sarà un passaggio verso maggiore responsabilità condivisa o verso una normalizzazione della forza come strumento ordinario di regolazione dei conflitti. La risposta non riguarda solo Teheran, ma l’intero equilibrio del mondo che abitiamo.
Filippo Piccini























