Due passi sono // Spazio Rossellini

due passi sono spettacolo

Domenica 8 febbraio 2026, allo Spazio Rossellini di Roma, la Compagnia Carullo Minasi ha riportato in scena “Due passi sono”, spettacolo fondativo del loro percorso artistico, vincitore del Premio Scenario per Ustica, del Premio In-Box e del Premio Internazionale Teresa Pomodoro. Un ritorno che non ha nulla di nostalgico, ma molto di necessario: perché alcune opere, se sono davvero vive, non invecchiano. Cambiano pelle insieme a chi le interpreta.

Il ritorno romano si inserisce in un momento particolare per la compagnia, impegnata in residenza a Spazio Rossellini con il nuovo progetto dedicato a Asja Lacis, figura centrale dell’avanguardia novecentesca e compagna intellettuale di Walter Benjamin. Il dialogo tra repertorio e ricerca non è casuale: “Due passi sono” rappresenta l’origine, “Asja Lacis” il divenire. In mezzo, una poetica che ha sempre intrecciato arte e responsabilità, teatro e comunità.

La Compagnia Carullo Minasi, nata nel 2011, ha costruito negli anni un percorso coerente, riconosciuto da premi e critica, ma soprattutto da un pubblico che continua a seguirla. Il loro teatro è piccolo nelle dimensioni, grande nell’intenzione. Non cerca effetti speciali, ma relazioni. Non costruisce cattedrali scenografiche, ma spazi di prossimità.

“Due passi sono” è un titolo semplice, quasi dimesso. Eppure, come spesso accade nel teatro che lavora per sottrazione, dentro quella misura minima si nasconde un’idea radicale: la rivoluzione può essere piccola, l’epica può stare su una scacchiera di pochi metri quadri, l’amore può essere un gesto tremante con i guanti di lattice.

La scena è essenziale: un pavimento a quadri bianchi e neri, due sedie colorate, una lampada, una bottiglia di plastica, un fiore finto. Cri e Pe (acronimi teneri e stranianti di Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo) sono due esseri umani “ridotti”, quasi miniature. Vivono in uno spazio asettico, claustrofobico, che sembra insieme una stanza e una scatola mentale. Lui ha le gambe molli, lei è attraversata da nervi e fobie. Si amano e si respingono, si accudiscono e si negano, come in un gioco di scacchi dove ogni mossa è un rischio.

Il riferimento al teatro dell’assurdo è evidente, ma sarebbe limitante fermarsi lì. Aleggia, certo, ma qui l’assurdo non è puro nichilismo: è una lente per osservare il nostro tempo. Cri e Pe temono i germi, selezionano il cibo, contano pillole che sostituiscono i pasti. Il loro isolamento non è solo metafora esistenziale, è un riflesso di una generazione impaurita, bloccata tra precarietà, malattia, senso di inadeguatezza e desideri compressi.

La grande intuizione di Carullo e Minasi sta nel rovesciamento. La malinconia non viene negata, ma attraversata. Il limite non è cancellato, è assunto come condizione di partenza. Quando Pe finalmente si alza, quando Cri compie quei “due passi”, non assistiamo a un colpo di scena spettacolare. È un gesto minuscolo. Eppure è enorme. Perché in quel movimento c’è la scelta di vivere, nonostante tutto.

Il finale, con l’abito da sposa che emerge da un cuscino, il matrimonio immaginario, la giostra di coriandoli, potrebbe a primo impatto sembrare un happy ending troppo rapido. Ma forse la chiave non è la coerenza narrativa in senso stretto. È un atto poetico. Una dichiarazione di intenti. In un mondo che ha fatto del mito tragico di Romeo e Giulietta un monumento alla morte, Carullo-Minasi scelgono di celebrare l’amore in vita. Non nella cripta, non nelle statue d’oro innalzate dai carnefici, ma nella possibilità fragile di un presente condiviso.

Questo spettacolo, nato nel 2011 in un momento segnato dalla malattia, continua a interrogare chi lo guarda. Perché parla di desideri concreti. Non grandi utopie astratte, ma piccoli desideri quotidiani: uscire di casa, toccarsi senza paura, guardare il mare. Due passi, appunto. La sua forza risiede anche nella sua scrittura scenica, che è insieme rigorosa e giocosa. Il lavoro sul corpo, sul ritmo dei silenzi, sull’oggetto minimo trasformato in segno teatrale, costruisce un linguaggio che unisce clownerie, mimo e riflessione filosofica. La scena non è un contenitore neutro: è un dispositivo che obbliga attori e spettatori a stare dentro una tensione continua tra immobilità e movimento.

“Due passi sono” resta uno spettacolo da vedere, o rivedere, perché mette in scena una domanda semplice e spietata: cosa ci impedisce di alzarci? Se la porta non è chiusa a chiave, perché restiamo seduti? La risposta non è didascalica, non è un manifesto politico esplicito. È un invito poetico. A volte basta davvero poco. Due passi. E il mondo, da scacchiera claustrofobica, può tornare ad essere mare.

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