La Cassazione cambia le carte in tavola sul referendum costituzionale in materia di giustizia e imprime una svolta che pesa sia sul piano politico sia su quello tecnico. Con un’ordinanza depositata in serata, l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione ha accolto la richiesta avanzata da un comitato di cittadini, modificando il testo del quesito che sarà sottoposto agli elettori. Una decisione che di fatto segna una vittoria per il fronte del no e che apre un’incognita immediata: il referendum resterà fissato per il 22 e 23 marzo o slitterà?
La pronuncia arriva al termine di una camera di consiglio lunga e complessa, durata circa quattro ore, e si traduce in un’ordinanza di 38 pagine notificata immediatamente alle massime istituzioni. Al centro della decisione, le oltre 500mila firme raccolte dal comitato dei cosiddetti “volenterosi”, un gruppo di giuristi guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi, che avevano chiesto una formulazione più ampia e dettagliata del quesito referendario sulla riforma della giustizia promossa dal governo Meloni e dal ministro Nordio.
Così, alla precedente stesura che recitava: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025», ora si aggiunge la frase: «Con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?”.
La Cassazione ha riconosciuto piena legittimità a quell’iniziativa popolare, smentendo l’impostazione seguita in precedenza dal Tar del Lazio e respingendo l’idea che le firme fossero un atto meramente dilatorio. Secondo i giudici, la facoltà di promuovere un referendum costituzionale, riconosciuta anche ai cittadini, non può dirsi “consumata” solo perché una richiesta analoga è stata presentata prima dai parlamentari. Anzi, l’ordinanza bacchetta apertamente il Tar per quella che viene definita un’invasione della giurisdizione esclusiva dell’Ufficio centrale per il referendum.
Il risultato concreto è la sostituzione del vecchio quesito, di impianto più generico, con una nuova formulazione che specifica in modo puntuale gli articoli della Costituzione destinati a essere modificati in caso di vittoria del sì. Un passaggio che, secondo la Cassazione, rende la domanda più conforme allo spirito della legge e più trasparente per gli elettori chiamati alle urne. Il presidente dell’Ufficio centrale, Raffaele Frasca, ha definito l’episodio un unicum nella storia referendaria italiana, sottolineando come non si registrino precedenti simili.
La decisione ha immediati riflessi politici, ma soprattutto giuridici. Se il quesito cambia, è necessario riaprire i termini della campagna referendaria? Su questo punto le interpretazioni divergono. Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, la data fissata per il voto resterebbe valida, perché l’indizione è già avvenuta per decreto e la modifica riguarda solo il testo della domanda. Di parere opposto Michele Ainis, che ritiene necessario garantire ai promotori del nuovo quesito il tempo previsto dalla legge per spiegare le proprie ragioni agli elettori.
Nel frattempo, la pronuncia della Cassazione smentisce apertamente le valutazioni espresse dal governo e dal ministro della Giustizia, che avevano giudicato inutile l’iniziativa popolare. Ora il percorso del referendum resta formalmente aperto, ma con un passaggio chiave che ne ridefinisce i contorni e rimette al centro il ruolo della partecipazione dal basso. Sul calendario, però, l’ultima parola non è ancora stata scritta.























