L’UOMO FORTE AL POTERE

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Le ultime esternazioni di Donald Trump, tra suggestioni imperiali e affermazioni che sembrano ignorare il principio stesso di sovranità, hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema che non dovrebbe mai essere dato per scontato: il potere, quando si concentra in una sola persona, tende a deformarsi. Non si tratta solo di parole o di boutade geopolitiche, come l’episodio che ha coinvolto la Groenlandia, evocata come oggetto di una possibile “acquisizione”, ma di una visione del mondo in cui la forza personale, il carisma e la volontà del leader pretendono di sostituirsi alle regole, alle istituzioni, ai contrappesi che tengono insieme le democrazie moderne.

Una visione che trova un riflesso inquietante anche sul piano interno, dove l’esercizio del potere si traduce sempre più spesso in abuso: lo dimostra quanto accaduto a Minneapolis, dove un cittadino americano di 37 anni è stato ucciso durante un’operazione degli agenti federali dell’Ice. Le immagini diffuse mostrano l’uomo mentre riprende l’intervento con il cellulare e tenta di proteggere alcune donne aggredite dagli agenti, prima di essere trascinato a terra, accerchiato e colpito da una raffica di proiettili. Non è solo un fatto di cronaca, ma il segnale di cosa accade quando l’autorità si sente legittimata ad agire senza limiti, senza controllo, senza la paura di dover rendere conto.

La storia, quando la si osserva senza indulgenza, è un lungo catalogo di disastri nati proprio da questa illusione di onnipotenza. Ogni volta che il potere si è presentato come indivisibile, assoluto, sottratto al controllo collettivo, il risultato è stato un impoverimento della politica e, spesso, una tragedia per le società coinvolte. La democrazia, al contrario, è un sistema che accetta la propria fragilità e la trasforma in forza: nessuno decide da solo, nessuno è al di sopra delle regole, nessuna carica è immune da limiti.

In questo senso, l’architettura istituzionale italiana rappresenta una lezione che merita di essere ricordata, soprattutto nei momenti in cui il richiamo dell’uomo forte torna a sedurre una parte dell’opinione pubblica. Il Presidente della Repubblica non governa, ma garantisce. Le Corti non fanno politica, ma vigilano sul rispetto della Costituzione e dei diritti fondamentali. Il Parlamento, con tutte le sue lentezze e imperfezioni, resta il luogo della rappresentanza e del confronto. Sono ingranaggi spesso criticati, talvolta accusati di essere un freno, ma è proprio quel “freno” a impedire che il potere deragli.

Accettare l’idea che un leader possa decidere tutto, rapidamente e senza contraddittorio, può sembrare rassicurante in tempi di incertezza. È una tentazione antica, che ritorna ciclicamente. Ma è una scorciatoia pericolosa. Il controllo reciproco tra i poteri non è un capriccio giuridico: è una forma di igiene democratica. Serve a proteggere i cittadini non solo dagli abusi intenzionali, ma anche dagli errori, dalle ossessioni personali, dai “deliri” che ogni essere umano, messo sotto pressione, può sviluppare.

La vicenda della Groenlandia, letta in questa chiave, diventa allora più di una curiosità geopolitica. È un promemoria. Ci ricorda che il linguaggio del potere, quando smette di riconoscere limiti, tende a scivolare verso la logica del possesso e della conquista. E che, se non trova argini istituzionali solidi, può trasformarsi rapidamente in azione politica concreta, con conseguenze difficili da invertire.

Da qui discende un’ultima, fondamentale considerazione: il voto. Andare a votare non è un rito stanco né un gesto simbolico privo di effetti. È il primo anello della catena di controllo del potere. Ogni scheda elettorale è una delega temporanea, non un assegno in bianco. Scegliere con superficialità, o rinunciare a scegliere, significa accettare che altri decidano chi avrà in mano leve decisive, talvolta capaci di orientare il destino di interi Paesi.

La democrazia non garantisce leader infallibili, ma offre strumenti per limitarne gli errori e, se necessario, correggerli. Per questo è fragile, e proprio per questo va difesa. Redistribuire il potere, pretendere controlli, partecipare al voto con consapevolezza non sono atti ideologici: sono pratiche di responsabilità civile. Ignorarle, come la storia insegna con crudele regolarità, può avere conseguenze che vanno ben oltre una campagna elettorale sbagliata. Può segnare il confine sottile tra una società che governa se stessa e una che, lentamente, si consegna al capriccio di pochi.

Filippo Piccini

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