“La morte ovvero il pranzo della domenica” è uno di quegli spettacoli che arrivano senza bussare, con la scusa innocente di una routine familiare, e poi ti ritrovi a fine sera a pensare che no, non hai assistito “solo” a un monologo: hai partecipato a un rito. Allo Spazio Rossellini, la scena appare subito come un luogo domestico ridotto all’osso, quasi un’idea di casa più che una casa vera. Un tavolo, pochi oggetti, un perimetro di luce che delimita il mondo. Mariano Dammacco fa quello che sanno fare i registi che non hanno bisogno di urlare: toglie invece di aggiungere, e in quel vuoto controllato lascia che siano le parole, il corpo e le pause a costruire l’appartamento, l’ascensore, il pianerottolo, la cucina, perfino la finestra da cui si saluta.
Serena Balivo entra in scena con una presenza che non cerca simpatia, ma la ottiene lo stesso, perché è precisa, vulnerabile, comicamente storta nel modo in cui può esserlo una persona che vive a forza di trattenere. Interpreta una figlia non più giovane che ogni domenica va a pranzo dai genitori ultranovantenni: due figure che, pur restando sempre “fuori campo”, diventano ingombranti come presenze reali. Li senti nella meticolosità dei gesti raccontati, nelle fissazioni, nel modo in cui la figlia li imita senza caricature, con un rispetto che spesso somiglia all’irritazione e subito dopo alla tenerezza. Il testo di Dammacco non punta alla battuta facile: la comicità nasce dall’ossessione del quotidiano, dai dettagli che si ripetono uguali e proprio per questo fanno paura. Perché la ripetizione, qui, non è conforto: è il modo in cui il tempo ti informa che sta finendo.
Il cuore dello spettacolo è una contraddizione molto italiana e molto umana: a tavola si parla di tutto, ma quando si arriva alla morte la si maneggia come una stoviglia fragile, con ironia, superstizione, piccoli piani pratici e pensieri enormi infilati tra una portata e l’altra. I genitori della protagonista, in buona salute ma con la lucidità di chi sa di essere vicino al bordo, sembrano non parlare d’altro, come se nominare l’ignoto servisse a addomesticarlo. La figlia racconta questo continuo ritorno del tema con una specie di sorriso di difesa, e Balivo lo rende fisico: il corpo si chiude, si apre, scatta, si blocca, come se ogni frase fosse una finta normalità che deve reggere un peso eccessivo.
Le musiche originali di Marcello Gori non “accompagnano” semplicemente: entrano e escono come una corrente sotterranea, a tratti ipnotica, a tratti quasi un disturbo necessario. È come se il suono fosse la parte che la protagonista non riesce a dire: la vibrazione dell’ansia sotto la cronaca minuziosa del pranzo. Anche le luci, essenziali e chirurgiche, trasformano il tavolo in volta in volta in cucina, altare, campo di battaglia, confessionale. Non c’è mai realismo scenografico, eppure tutto è realistico, perché i dettagli evocati sono più precisi di qualsiasi parete dipinta: il parcheggio, il citofono, l’ordine della casa, l’ossessione per “fare le cose per bene”, la conversazione che gira intorno alle assenze (chi non c’è più) e alle presenze che presto mancheranno.
Il colpo più duro arriva proprio quando lo spettacolo sembra più leggero. Si ride, sì, e spesso di gusto: perché ci si riconosce, perché quelle dinamiche appartengono a una memoria collettiva, perché in quel pranzo c’è la commedia involontaria delle famiglie. Ma il riso, qui, non è evasione: è un modo per respirare mentre si guarda in faccia una paura concreta. La morte non viene trattata come un’astrazione filosofica, ma come una cosa domestica, quasi burocratica, che però resta irriducibile: puoi pianificare, puoi immaginare, puoi scherzare, ma resta lì, seduta a tavola con voi.
E poi c’è il momento del congedo, quello che ogni spettatore conosce anche se non vuole ammetterlo: salutarsi dalla finestra, allontanarsi, voltarsi ancora, pensare “ci vediamo domenica prossima” e insieme sentire l’ombra del “forse”. Balivo riesce a far arrivare quella fitta senza ricatti emotivi. Non spinge, non strappa lacrime con trucchi: lascia che siano i vuoti tra una frase e l’altra a fare il lavoro sporco. In platea si percepisce quella strana alchimia che capita raramente: persone diverse che, per un’ora, condividono lo stesso ricordo, anche se non è lo stesso ricordo.
“La morte ovvero il pranzo della domenica” resta addosso perché è semplice solo in apparenza. In realtà è un congegno finissimo che trasforma un rito domestico in una lente: ci fa vedere cosa significa essere figli quando i genitori diventano fragili, cosa significa amare senza saperlo dire, cosa significa ridere mentre si teme. È teatro d’autore nel senso migliore: preciso, accessibile, mai compiaciuto. E soprattutto è teatro che non ti consola, ma ti accompagna. Che è una forma di gentilezza molto più rara della consolazione.























