L’Iran arresta i leader delle proteste mentre la repressione si intensifica

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Le autorità iraniane hanno arrestato figure chiave del movimento di protesta che da due settimane scuote il Paese. Lo ha annunciato il capo della polizia nazionale, mentre Washington e Teheran si scambiano minacce sull’eventualità di un intervento statunitense nella Repubblica islamica.

«La scorsa notte sono stati effettuati arresti significativi degli elementi principali dei disordini, che, se Dio vuole, saranno puniti dopo aver seguito le procedure legali», ha dichiarato domenica alla televisione di Stato il capo della polizia, Ahmad-Reza Radan, senza precisare il numero delle persone fermate.

In precedenza il procuratore generale iraniano aveva affermato che chiunque fosse stato colto a protestare, o anche solo ad aiutare i manifestanti, avrebbe potuto essere incriminato come “nemico di Dio”, un reato punito con la pena di morte.

Il movimento di protesta in Iran, giunto alla sua seconda settimana, rappresenta la più grave ondata di disordini degli ultimi anni. Innescate inizialmente dal brusco crollo della valuta nazionale, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in richieste di riforme politiche e di caduta del governo.

Il regime iraniano ha già superato in passato proteste di massa, ma secondo gli analisti l’attuale rivolta esplode in un momento di forte debolezza del governo, stretto da una grave crisi economica e dalle conseguenze della guerra estiva con Israele.

Giovedì le autorità hanno interrotto l’accesso a internet, imponendo un blackout nazionale quasi totale. Le organizzazioni per i diritti umani sostengono che il governo abbia sfruttato l’oscuramento delle comunicazioni per intensificare la repressione, ricorrendo a forza letale e munizioni vere per disperdere le manifestazioni.

Secondo l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency, almeno 116 persone sono state uccise nelle violenze legate alle proteste e 2.600 arrestate. «L’analisi delle cause di morte mostra che la maggior parte delle vittime è stata colpita da proiettili veri o pallini, prevalentemente da distanza ravvicinata», ha riferito l’organizzazione.

Donald Trump ha minacciato di intervenire in Iran qualora le autorità continuassero a uccidere i manifestanti, una minaccia ribadita sabato sera. «L’Iran sta guardando alla LIBERTÀ, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!», ha scritto il presidente Usa sulla piattaforma Truth Social. Secondo quanto riportato da New York Times e Wall Street Journal, Trump sarebbe stato informato di diverse opzioni militari per colpire l’Iran, senza però aver ancora preso una decisione.

Anche alcuni senatori statunitensi hanno fatto eco alle parole di Trump. Lindsey Graham ha scritto sui social che il “lungo incubo” degli iraniani «sta per finire».

Da Israele è arrivato l’avvertimento di uno stato di massima allerta in caso di un intervento americano. I media israeliani riferiscono che le autorità stanno evitando dichiarazioni pubbliche per non offrire al regime iraniano il pretesto di dipingere le proteste come manovrate dall’estero.

Le minacce statunitensi hanno provocato una dura reazione da parte di Teheran. Il presidente del Parlamento ha avvertito che Stati Uniti e Israele diventerebbero «obiettivi legittimi» se Washington colpisse l’Iran. «In caso di attacco all’Iran, i territori occupati e tutti i centri militari, le basi e le navi americane nella regione saranno per noi obiettivi legittimi», ha dichiarato Mohammad-Bagher Ghalibaf.

In precedenza, dopo che gli Stati Uniti avevano colpito a giugno siti di arricchimento nucleare iraniani, Teheran aveva risposto con un attacco a una base militare Usa in Qatar. L’azione era stata considerata in gran parte simbolica, preannunciata e senza vittime tra il personale americano.

Nonostante la repressione, le proteste sono continuate nella notte tra sabato e domenica e ne erano previste altre nel corso della giornata. Video circolati online mostrano migliaia di manifestanti nel nord di Teheran, intenti a battere pentole e a scandire slogan. A Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei, i filmati mostrano scontri con la polizia, barricate improvvisate e incendi.

Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che, a causa del blackout delle comunicazioni, una documentazione completa è quasi impossibile, ma segnalano un aumento allarmante del numero di vittime. Il Center for Human Rights in Iran ha dichiarato domenica di aver ricevuto testimonianze credibili secondo cui centinaia di manifestanti sarebbero stati uccisi negli ultimi giorni.

Messaggi e video continuano a filtrare dal Paese in modo sporadico, soprattutto grazie ad attivisti che utilizzano connessioni satellitari Starlink. Un manifestante della città di Sari, nel centro dell’Iran, ha riferito — secondo messaggi diffusi dalla Abdorrahman Boroumand Foundation — che le forze di sicurezza hanno imposto una vera e propria legge marziale. «Un gran numero di agenti armati con armi militari ha allestito posti di blocco. Ogni auto viene fermata, anche se ci sono solo due persone a bordo. Dicono che chiunque sia in strada verrà colpito a colpi d’arma da fuoco», ha raccontato.

Un’attivista iraniana all’estero ha riferito al Guardian che una cugina è riuscita a contattarla via Starlink, in preda al panico, mentre fuggiva da una protesta nel quartiere Andarzgoo di Teheran. Secondo il suo racconto, le autorità avrebbero iniziato a usare «armi militari» contro manifestanti disarmati, aprendo il fuoco su uomini, donne e bambini da distanza ravvicinata.

In alcuni video inviati al giornale si vedono grandi folle correre tra le strade avvolte da quello che sembra gas lacrimogeno. In un altro filmato si sente il rumore degli spari mentre una donna in fuga ripete la parola «vergogna».

Un video verificato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw mostra diversi corpi, che il gruppo identifica come manifestanti uccisi dalle autorità, all’interno di un magazzino nella zona di Kahrizak, a Teheran. Secondo Hengaw, il capannone — adiacente a un obitorio — sarebbe stato usato come struttura di emergenza a causa del sovraffollamento. I media di Stato iraniani hanno invece attribuito le morti ai manifestanti stessi.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che in precedenza aveva offerto un dialogo ai manifestanti, domenica ha assunto toni più duri. «La gente ha delle preoccupazioni, dobbiamo sederci con loro e, se è nostro dovere, risolverle», ha detto. «Ma il dovere superiore è non permettere a un gruppo di facinorosi di distruggere l’intera società».

Mentre fronteggia le proteste interne, il governo iraniano appare sempre più preoccupato dalla possibilità di un attacco militare da parte degli Stati Uniti o di Israele.

link all’articolo originale: TheGuardian.com

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