RIFLESSIONI DI FINE ANNO

editoriale fine anno

C’è una sensazione che ha attraversato questo anno come una corrente sotterranea, riaffiorando con ostinazione a ogni passaggio: il tempo si è ristretto. Non perché scorra più veloce – è un ritornello che accompagna ogni fine d’anno – ma perché sembra aver perso profondità. Il presente si è fatto più affollato, più rumoroso, più fragile. E lo sguardo sul futuro, invece di allungarsi, spesso si è ripiegato su se stesso, come se mancasse lo spazio per immaginarlo davvero.

Rileggendo ciò che è stato scritto in questi mesi, emerge un filo continuo che non coincide con una singola notizia o con una crisi isolata, ma con una trasformazione più ampia e meno dichiarata. È la normalizzazione di ciò che fino a poco tempo fa sarebbe apparso inaccettabile. La menzogna che smette di essere una deviazione e diventa uno strumento ordinario del discorso pubblico. La compressione dei diritti presentata come prezzo inevitabile della sicurezza. La povertà ridotta a dato statistico, svuotata della sua dimensione umana. Il lavoro raccontato come valore fondante mentre, nella realtà, perde la capacità di emancipare e si limita a garantire una sopravvivenza sempre più precaria.

Al centro c’è il linguaggio, perché è dal linguaggio che passa gran parte di questa trasformazione. Le parole vengono piegate, addomesticate, rese innocue. Mentire non è più un incidente, ma un metodo. Raccontare un futuro che “torna indietro” diventa possibile proprio grazie a una narrazione che riveste di modernità scelte che sottraggono spazi, diritti, possibilità.

Dentro questo quadro si allargano le crepe sociali. Più povertà, più marginalità, più microcriminalità, in un circuito che si autoalimenta e che viene osservato quasi sempre con fastidio o paura, raramente con volontà di comprensione. Il disagio viene trattato come una colpa individuale, non come il risultato di politiche, scelte e priorità. Sullo sfondo, l’idea stessa di democrazia appare meno solida, meno condivisa, più esposta a torsioni autoritarie che non arrivano mai in modo clamoroso, ma si insinuano attraverso piccole rinunce quotidiane.

La domanda che attraversa tutto questo percorso è semplice solo in apparenza: quanto siamo disposti a difendere ciò che chiamiamo democrazia quando diventa scomoda, lenta, conflittuale? La sfida all’autoritarismo non è soltanto esterna o lontana. È interna, domestica, spesso mascherata da buonsenso, efficienza, pragmatismo. Si manifesta nei decreti, nei cantieri immaginari di grandi opere simboliche, nelle narrazioni sovraniste che promettono identità e controllo mentre restringono l’orizzonte e impoveriscono il dibattito.

Il quadro che ne risulta è quello di una distopia che non ha bisogno di essere proiettata in un futuro remoto, perché prende forma nel presente. Una democrazia che continua a chiamarsi tale, ma che accetta con crescente facilità eccezioni, scorciatoie, zone grigie. Un discorso pubblico che semplifica, polarizza, riduce la complessità a slogan, mentre chiede ai cittadini di adattarsi, di abbassare le aspettative, di considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.

Questo editoriale di fine anno non vuole offrire consolazioni. Non c’è una morale rassicurante né un bilancio in pareggio. C’è però una costante che vale la pena rivendicare: l’attenzione. Guardare, nominare, collegare i punti. Continuare a esercitare uno sguardo critico quando sarebbe più facile voltarsi altrove. Scrivere, leggere, discutere non come gesto nostalgico, ma come forma minima di resistenza civile.

Se c’è una lezione che resta, è che nulla si perde tutto in una volta. I diritti si assottigliano, la verità si sfuma, la partecipazione si logora. Ma è altrettanto vero che nulla si ricostruisce senza memoria e senza parole. E allora, mentre l’anno si chiude, resta questa convinzione ostinata: raccontare il presente con onestà è ancora un atto politico. Forse piccolo, forse insufficiente. Ma necessario.

Filippo Piccini

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