L’ultima ondata di attacchi di Donald Trump contro l’Europa ha spinto gli alleati degli Stati Uniti al di là dell’Atlantico a tornare su una domanda ricorrente: perché Trump odia così tanto l’Europa?
Il disprezzo del presidente per quelli che un tempo erano i partner dell’America è stato particolarmente evidente nell’ultima settimana. Prima con la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, in cui si suggerisce che l’Europa sia vittima di un declino civilizzazionale; poi nell’intervista esclusiva concessa a Politico, dove Trump ha liquidato i leader del continente “in decadenza” come “deboli”. In Europa, le sue parole hanno suscitato la consueta irritazione, accompagnata da nuovi appelli ad accelerare i piani per un futuro in cui il continente non possa più contare sul sostegno militare degli Stati Uniti.
Ma da dove nasce davvero l’ostilità di Trump verso l’Europa? Per capirlo, ho contattato uno studioso che mi è stato indicato da fonti dell’universo MAGA come una delle poche persone in grado di comprendere davvero il loro modo di pensare in politica estera, pur non condividendolo.
«Trump tende a dividere il mondo tra forti e deboli: presta attenzione ai forti e ignora i deboli», spiega Jeremy Shapiro, direttore della ricerca presso lo European Council on Foreign Relations ed esperto dei rapporti difficili tra Trump e il continente europeo. «E da tempo considera gli europei come deboli».
Secondo Shapiro, Trump ha sempre attribuito la debolezza europea alla scarsa spesa militare e alla dipendenza dall’ombrello di sicurezza americano. Ma durante il suo secondo mandato questa critica si è fatta più aspra, anche grazie all’influenza di nuovi consiglieri come il vicepresidente JD Vance, che sono riusciti a dipingere l’Europa come una roccaforte liberale all’interno di una guerra culturale globale tra “nazionalisti” in stile MAGA e presunti globalisti.
Come molti giovani conservatori, osserva Shapiro, Vance è convinto che «siano stati proprio questi bastioni del potere liberale, nella cultura e nelle istituzioni, a ostacolare il primo mandato di Trump». Per questo, sostiene, bisognava attaccare università, think tank, fondazioni, finanza e, naturalmente, il cosiddetto deep state. «Agli occhi del mondo MAGA», conclude, «l’Europa è uno di questi bastioni liberali».
La recente postura di Trump verso l’Europa richiama il vecchio detto secondo cui l’opposto dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Pensa che Trump odi l’Europa o che la consideri semplicemente irrilevante?
La mia impressione principale è che in realtà gli sia piuttosto indifferente. Ci sono momenti in cui singoli Paesi europei o l’Unione europea lo fanno davvero arrabbiare, e allora esprime qualcosa che somiglia all’odio. Ma nella maggior parte dei casi non sembra molto concentrato sull’Europa.
Perché, secondo lei?
Perché tende a dividere il mondo tra forza e debolezza. Si interessa alla forza e ignora la debolezza. Da tempo descrive gli europei come deboli per una serie di motivi: ciò che lui percepisce come decadenza sociale, l’immigrazione, i sistemi di welfare, la mancanza di vigore militare. Tutti elementi che, ai suoi occhi, collocano l’Europa nella categoria dei deboli. E nel mondo di Trump, se sei debole, non meriti grande attenzione.
E fattori più concreti, come lo squilibrio commerciale o la spesa per la NATO? Contribuiscono al suo disprezzo o la radice è più istintiva?
Ho l’impressione che la radice sia soprattutto viscerale. Il dibattito sulla spesa NATO mi è sempre sembrato un semplice bastone con cui colpire gli alleati: Trump sapeva che su quel punto gli europei si sentivano un po’ in colpa e che i presidenti americani li rimproveravano da anni. Lui ha solo portato tutto all’estremo.
Il deficit commerciale, invece, è una questione per lui più seria. È un tema a cui presta attenzione con tutti i Paesi, e infatti è sul commercio che prende più sul serio gli europei. Ma proprio perché li considera deboli e dipendenti dagli Stati Uniti per la sicurezza, non ha dovuto affrontare i problemi commerciali con la stessa cautela: può minacciarli sul piano della sicurezza e loro cedono abbastanza rapidamente.
Una parte di questa ostilità risale al periodo precedente alla presidenza, quando faceva affari in Europa? Trump ama ricordare che alcuni suoi progetti, come un campo da golf in Irlanda, sono stati bloccati. Quanto conta davvero?
Credo abbia influito soprattutto sulla sua opinione dell’Unione europea più che dell’Europa nel suo insieme. Ogni volta che parla dell’UE, cita il fatto che gli avrebbero bloccato quel campo da golf in Irlanda. In realtà non fu l’UE a fermarlo, ma un’autorità locale irlandese. Tuttavia questo episodio si inserisce perfettamente nella visione MAGA dell’UE come entità iper-burocratica, ostile allo sviluppo e, in fondo, come un’estensione dell’approccio liberale americano alla regolazione. Ed è un approccio che Trump detesta davvero.
È anche per questo che Trump e il suo movimento hanno finito per collocare l’UE nel campo dei sostenitori dell’America liberale. In questo senso, lo scontro con l’UE – e più in generale con i regimi liberali europei – è diventato un’estensione della battaglia politica interna contro i liberali negli Stati Uniti.
Il tentativo di trascinare l’Europa nella guerra culturale americana, dipingendola come il deposito di tutte le “virtù liberali” che il mondo MAGA detesta, sembra piuttosto recente.
Sì, è una novità del secondo mandato.
Da dove nasce, secondo lei?
Sembra arrivare soprattutto da JD Vance e dai pensatori che lo ispirano, come Patrick Deneen o Yoram Hazony. Per loro l’Europa liberale è decadente ed è parte del problema liberale globale. Alcune idee risalgono anche a Steve Bannon, che su questi temi insiste da tempo.
C’è una vera ossessione per l’idea che l’Europa sia in declino o addirittura in collasso civilizzazionale. Trump ha parlato di continente “in decomposizione”. Come interpreta questa narrativa?
È in parte una proiezione. Se guardiamo ai dati su immigrazione e diversità, gli Stati Uniti sono più avanti dell’Europa in quel presunto “declino”, se così lo vogliamo chiamare.
Tra le élite MAGA, nel periodo tra un mandato e l’altro, si è fatta strada l’idea che vincere le elezioni non bastasse per trasformare davvero l’America. Bisognava conquistare tutti i bastioni del potere liberale: università, think tank, fondazioni, finanza e deep state. Solo abbattendo questi presìdi si sarebbe potuto ottenere un cambiamento radicale.
In questo schema, l’Europa è vista come uno di questi bastioni, anche perché è uno specchio attraverso cui gli americani percepiscono come il mondo li guarda. Ed è quindi un sostegno simbolico e politico ai liberali statunitensi.
È curioso che questa immagine di un’Europa decadente conviva con l’ascesa dei partiti di estrema destra nel continente. L’amministrazione Trump li sostiene apertamente, e in Paesi come Francia e Germania sembrano in forte crescita.
Questo offre loro un’altra via d’attacco: smantellare il sostegno dell’Europa liberale all’America liberale trasformando l’Europa stessa in un sistema illiberale. È questa la traiettoria. Dopo Brexit, molti partiti populisti europei non puntano più a uscire dall’UE o distruggerla, ma a rimodellarla in senso nazionalista e sovranista. Ed è perfettamente in linea con l’obiettivo dei trumpiani: non distruggere l’UE in sé, ma svuotarla del suo ruolo di baluardo delle idee liberali nel mondo e negli Stati Uniti.
Il vicepresidente è diventato una delle voci più aggressive su questo fronte, come dimostra il suo intervento a Monaco. È solo un riflesso dell’avversione di Trump o sta portando avanti una sua agenda autonoma?
Direi entrambe le cose. Vance è abbastanza accorto da non contraddire il presidente. Il fatto che Trump non si opponga a queste posizioni è fondamentale. Ma molte di queste idee nascono direttamente da Vance, almeno nei dettagli. Sta spingendo Trump lungo questa strada, intuendo cosa può piacergli. E sul terreno della guerra culturale con l’Europa, mi sembra più un motore che un semplice esecutore.
In quest’ultima fase di attacchi contro l’Europa ha notato qualcosa di davvero nuovo?
Rispetto a un anno fa sì, ma non rispetto a febbraio. La novità sta nel livello: ora queste idee compaiono in documenti ufficiali come la Strategia per la sicurezza nazionale e nelle interviste presidenziali. Hanno acquisito uno status più alto. L’amministrazione Trump resta incoerente su molti fronti, ma nelle ultime settimane questo filone è diventato più centrale.
Come dovrebbe reagire l’Europa a questa ostilità ricorrente? Finora sembra puntare sulla lusinga. Funziona?
No, è l’esatto contrario di ciò che funziona. Trump detesta la debolezza, e la lusinga è la sua forma più evidente. Ogni volta che gli europei lo adulano, ottengono magari un buon incontro, ma rafforzano in lui l’idea che siano deboli, aumentando così le sue pretese politiche. È già successo molte volte, anche sull’Ucraina.
Altri Paesi – come la Cina, il Brasile o in parte il Canada – hanno scelto di opporsi e mostrarsi come attori forti. L’Europa non lo ha fatto, ed è un peccato: pur con tutte le sue dipendenze e fragilità, se agisse in modo unitario sarebbe molto più forte di quanto creda. Finora non ci è riuscita. Forse questa sarà la scossa necessaria.























