Entrare al Teatro Golden per “Tangentopoli. Processo alla Prima Repubblica” è come sedersi in prima fila davanti a un pezzo di storia recente che credevamo di conoscere, salvo scoprire che sul banco degli imputati non ci sono solo i personaggi degli anni Novanta, ma anche il nostro presente. Lo spettacolo, scritto da Vincenzo Sinopoli e Andrea Maia e diretto dallo stesso Maia, prende la forma di un processo immaginario a Bettino Craxi, ma usa quella cornice per interrogare un intero sistema, e in filigrana, il rapporto tra cittadini, politica e giustizia.
La scena si apre in un’aula di tribunale essenziale: pochi elementi, il cartello con la frase che tutti ricordiamo – “La legge è uguale per tutti” – e quella disposizione semicircolare che il Golden sfrutta molto bene, avvolgendo lo spettatore quasi dentro il dibattimento. È un colpo d’occhio sobrio, ma studiato: niente effetti superflui, tutto ruota attorno alle parole e ai corpi degli attori. In questo spazio Antonio Milo, nei panni di Craxi, e Simone Colombari, in quelli di Antonio Di Pietro, entrano in scena come due simboli di un’epoca e, poco a poco, si trasformano in due uomini in carne e ossa.
L’idea drammaturgica di “Tangentopoli. Processo alla Prima Repubblica” è semplice e potente: immaginare che, all’ultima udienza di un unico grande processo, Craxi decida di presentarsi davvero in tribunale per farsi interrogare, trovandosi di fronte, ancora una volta, Di Pietro come Pubblico Ministero. Da qui si dipana un confronto che alterna il linguaggio secco del diritto alla confessione privata, il botta e risposta processuale al racconto autobiografico. Di fatto, in due ore di spettacolo si attraversano le tappe fondamentali di Mani Pulite senza mai scadere nella cronaca pedissequa o nel documentario teatrale.
Antonio Milo costruisce un Craxi lontano dalla caricatura. Non cerca somiglianze esterne forzate, lavora invece su voce, postura, tono. Il suo Bettino è appesantito dalla malattia e dalla storia, ma non domato: ha ancora l’orgoglio del leader che sa di essere stato il volto di un sistema condiviso da tutti i partiti, e lo rivendica con quella miscela di vittimismo e lucidità che abbiamo imparato a riconoscere nelle immagini d’archivio. Nel corso del finto processo, Milo mostra le crepe dietro l’armatura: i ricordi dell’infanzia durante la guerra, le amicizie ingombranti, il rapporto con il denaro come “strumento per fare politica”, la consapevolezza di essere diventato, a un certo punto, il capro espiatorio perfetto.
Di fronte a lui, il Di Pietro di Simone Colombari parte armato di toga e di certezze. Nelle prime battute è il PM incalzante che conosciamo: domande a raffica, logica stringente, la volontà quasi ostinata di tenere il discorso sul terreno giuridico. Colombari però non si limita alla mimesi del personaggio pubblico; lavora di sottrazione, lascia affiorare piano il contadino molisano, il poliziotto prima ancora del magistrato, il dubbio dell’uomo che ha creduto davvero di poter cambiare la storia a colpi di avvisi di garanzia. Quando la toga viene deposta, anche letteralmente, e il confronto si sposta fuori dal rito processuale, il suo Di Pietro si fa più fragile, meno monolitico, quasi spiazzato di fronte alla capacità di Craxi di ribaltare il tavolo e trascinare sul banco degli imputati l’intero sistema dei finanziamenti ai partiti.
Accanto ai due protagonisti, il resto del cast funziona come una cornice necessaria. Morgana Forcella dà sostanza a un’avvocata difensore che non è semplice spalla ma voce di un’altra verità: quella che vede il leader socialista come l’emblema di una pratica diffusa, e non come un mostro isolato. Luigi Di Majo, nel ruolo del Presidente del Tribunale, mantiene con misura quel tono di istituzionale distacco che ogni tanto si incrina, rivelando quanto anche la giustizia, dentro Tangentopoli, sia stata trascinata in un gioco più grande di lei. Danilo Ramon Giannini, come scrittore/narratore, cuce le scene con inserti che ricordano allo spettatore i passaggi chiave di quegli anni, senza però appesantire il ritmo.
La regia di Andrea Maia sceglie un passo narrativo che alterna momenti serrati a pause di sospensione in cui i due uomini abbassano la guardia. È in quelle parentesi “fuori verbale” che “Tangentopoli. Processo alla Prima Repubblica” trova la sua forza più originale: il racconto dell’incontro ad Hammamet, la citazione di Berlinguer e della “questione morale”, i flash su Lucio Dalla, su una politica che aveva ancora una dimensione di carne e sangue. Qui lo spettacolo smette di essere solo rievocazione e diventa interrogazione sul presente, anche quando non lo dice esplicitamente.
Dal punto di vista del pubblico, la sensazione è di assistere a un gioco a specchi. Da una parte il mito di Mani Pulite, dall’altra la caduta del mito in politica; da una parte l’illusione che “la legge sia uguale per tutti”, dall’altra la consapevolezza che le stagioni del giustizialismo e della gogna mediatica abbiano lasciato ferite aperte, nel bene e nel male. La scrittura di Sinopoli e Maia riesce a tenere insieme questi poli senza trasformare la scena in un comizio. Non assolve e non condanna, piuttosto espone, mostra, suggerisce. In questo senso lo spettacolo ha una sua onestà di fondo: ricorda che la corruzione non è scomparsa, che i colletti bianchi continuano a proliferare, e che la “fine della Prima Repubblica” non ha coinciso automaticamente con una rinascita etica.
Dal punto di vista più “tecnico”, luci e suono lavorano in sottrazione, accompagnando le variazioni emotive senza rubare la scena. La scelta di una scenografia quasi immobile fa sì che ogni spostamento di sedia, ogni cambio di posizione dei personaggi acquisti peso simbolico. Il risultato è un’esperienza teatrale asciutta ma densa, che poggia quasi interamente sulla parola e sull’interpretazione.
Per chi non ha vissuto direttamente gli anni di Tangentopoli, “Tangentopoli. Processo alla Prima Repubblica” al Teatro Golden di Roma funziona come un piccolo manuale emozionale: mette ordine in una vicenda spesso raccontata in maniera semplificata e restituisce, al di là delle opinioni politiche, la complessità di un passaggio storico che ha ridisegnato l’Italia. Per chi invece quegli anni li ricorda bene, è un viaggio a ritroso che lascia addosso una domanda scomoda: quanto davvero è cambiato, da allora, nel modo in cui il potere gestisce se stesso e nel modo in cui noi cittadini lo guardiamo?
È proprio da questa domanda che nasce il valore più attuale dello spettacolo, e il motivo per cui questa nuova edizione di “Tangentopoli. Processo alla Prima Repubblica” merita di essere vista oggi: non tanto per rinfrescare la memoria, quanto per misurarci, senza sconti, con ciò che siamo diventati dopo quella stagione di processi, monetine e speranze di cambiamento.























