SOVRANISTI, WHAT ELSE?

johnson get brexit done

Le cifre non hanno simpatie politiche. Non si fanno irretire dagli slogan, non votano, non si emozionano davanti ai muri dipinti di patriottismo muscolare. Le cifre raccontano ciò che la propaganda si ostina a negare. E l’ultima analisi elaborata dalla House of Commons Library britannica è un pugno nello stomaco: 250 milioni di sterline al giorno di mancati introiti fiscali per il Regno Unito a causa della Brexit. Altro che i “350 milioni a settimana” per la sanità, la celebre promessa brandita come una clava da Boris Johnson nel 2016. L’uscita dall’Unione Europea non solo non ha liberato risorse, non ha “ridato il controllo”, non ha restituito sovranità. Ha aperto un buco nero da oltre 100 miliardi di euro l’anno nei conti pubblici britannici.

E se il denaro è la cartina di tornasole più immediata, la sostanza economica della frattura è ancor più eloquente: secondo uno studio adottato perfino dall’Università di Stanford e dal National Bureau of Economic Research, l’economia britannica oggi è tra il 6 e l’8% più piccola di quanto sarebbe stata restando nell’Ue. Investimenti in calo fino al 18%, produttività ridotta, occupazione scesa del 4%. In altre parole, tutto ciò che un Paese moderno cerca di alimentare attraverso politiche pubbliche, commercio e cooperazione internazionale è stato scientemente indebolito da un referendum costruito su menzogne ripetute fino allo sfinimento.

La promessa sovranista si è sgonfiata non appena ha incontrato la realtà. La vita concreta delle persone è diventata più costosa: tra 2.700 e 3.700 sterline l’anno in meno pro capite. Le aziende hanno perso porte d’accesso e moltiplicatori economici che nessun accordo bilaterale potrà mai compensare. E in un paradosso degno di una commedia amara, il Regno Unito – patria storica del pragmatismo – si ritrova ad assistere al sorpasso economico della Polonia, proprio uno dei Paesi che più hanno beneficiato dell’integrazione europea. Tanto che Donald Tusk ha candidamente dichiarato: «i polacchi saranno più ricchi dei britannici» entro pochi anni.

A Bruxelles, queste cifre non sorprendono. Sorprende invece la tenacia con cui, anche in Italia, si continua talvolta a evocare – nei dibattiti pubblici come nelle conversazioni private, sospinti da un certo sentire diffuso – la tentazione dell’uscita dall’euro o addirittura dall’Unione, come se la lezione britannica non fosse stata scritta in caratteri così grandi da occupare l’intera facciata della storia economica recente. Sorprende come alcuni partiti che per anni hanno predicato contro Bruxelles – promettendo un mondo “più libero”, “più sovrano”, “più giusto” – oggi evitino accuratamente l’argomento, dopo aver assistito allo schianto del modello che avrebbero voluto imitare. Il sovranismo economico ha fatto la stessa fine di ogni creatura mitologica: affascina nei racconti, svanisce alla luce del giorno.

Perfino oltremanica, ormai, si è capito. L’ex premier John Major ha parlato apertamente di “follia collettiva”. Il governo laburista di Keir Starmer ha avviato un “reset” con Bruxelles, un percorso complesso ma inevitabile di riavvicinamento, consapevole che nessuna nazione europea può prosperare rifiutando la logica dell’interdipendenza. Si discute di sicurezza, di scambi, perfino di mobilità giovanile: un tentativo di ricucire ciò che la politica del risentimento ha strappato.

Ecco perché, davanti a tutto questo, continuare a evocare il ritorno alle valute nazionali o alla “piena sovranità” suona come una caricatura fuori tempo massimo. Non si tratta di idealizzare l’Unione Europea, che di difetti ne ha e ne avrà. Si tratta di riconoscere la realtà elementare del nostro secolo: nessun Paese europeo può camminare da solo senza perdere ben più di ciò che pensa di guadagnare. E questi dati dovrebbero restare impressi nella memoria pubblica, soprattutto quando, ciclicamente, tornano a farsi sentire le febbri antieuropee che promettono miracoli e consegnano macerie.

L’Europa non è un vezzo ideologico. È l’argine più solido che abbiamo contro la marginalità economica, l’irrilevanza geopolitica e la fragilità sociale. E c’è una certa ironia nel vedere, dopo anni di slogan gridati contro Bruxelles, proprio quei movimenti così fieri del loro euroscetticismo scegliere oggi il silenzio, quasi imbarazzati di fronte all’evidenza che arriva da Londra come un telegramma del futuro.

Il conto della Brexit è lì, ogni giorno, a ricordarci che la sovranità senza cooperazione è solo un’altra illusione di cui prima o poi si paga il prezzo. Chi continua a evocare il “no euro”, inteso come desiderio di uscita dal progetto europeo, farebbe bene a leggerlo, quel conto. Perché potrebbe essere la fotografia più nitida del domani che rischiamo di costruire.

Filippo Piccini

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