Seduto in platea allo Spazio Rossellini, la prima immagine di “LidOdissea” mi ha chiarito subito che non stavo per assistere all’ennesima riscrittura dei classici. Sul fondo del palco una fila di cabine da stabilimento balneare, ombrelloni, sdraio, asciugamani abbandonati. In primo piano, invece, un corpo avvolto in un grande telo di plastica trasparente che si muove come sospeso tra acqua e cellophane. Il mare dell’Odissea diventa subito qualcos’altro: non solo memoria mitologica, ma un luogo sporco, inquinato, attraversato da naufragi e da vite alla deriva.
Da lì in poi, la Compagnia Berardi Casolari costruisce una “Odissea” che ha il profumo di crema solare e il retrogusto amaro delle notifiche sullo smartphone. Ulisse, Penelope e Telemaco sono una famiglia qualsiasi in vacanza al mare, clienti del “LidOdissea”, uno stabilimento balneare come tanti, trasformato in campo di battaglia esistenziale. Tra un lettino da richiudere e un ombrellone che non ne vuole sapere di piantarsi nella sabbia, scivoliamo dentro e fuori il poema omerico, in un continuo gioco di flashback e flashforward che porta le tappe del viaggio mitico dentro le crepe della nostra quotidianità.
Gianfranco Berardi è un Ulisse di mezza età, magnetico e tormentato, molto lontano dall’eroe saldo e trionfante del manuale scolastico. È stanco, insofferente, arrabbiato con il mondo, stretto tra le aspettative degli altri e il sospetto di non essere più “all’altezza” di nulla. La sua fisicità diretta e istintiva riempie la scena con un’alternanza continua di comicità e vulnerabilità, capace di trasformare ogni gesto in un frammento del suo naufragio interiore.
Accanto a lui, Gabriella Casolari interpreta una Penelope tutt’altro che paziente vestale della casa. È ironica, graffiante, esasperata da un marito che non smette mai di fuggire – fisicamente o mentalmente. Rimane, aspetta, perdona, ma a poco a poco il suo restare si carica di una rabbia quieta, di una lucidità che smonta il mito romantico dell’eroe errante. Nella versione vista allo Spazio Rossellini la figura di Telemaco è affidata a Massimiliano Di Corato: un figlio inchiodato allo smartphone, nutrito di rap e notifiche, che cerca un padre soprattutto come modello da imitare, mentre viene stritolato da coetanei che somigliano più ai Proci che a un gruppo di amici.
A cucire le scene è la presenza di Silvia Zaru, cantante e musicista non vedente, sorta di aedo contemporaneo. La sua voce, dal vivo, non è un semplice commento sonoro: è un personaggio a tutti gli effetti, un Omero che si muove ai margini dell’azione, che la osserva e la trasfigura. I canti non illustrano la trama, ne amplificano lo stato emotivo, sospendono il tempo, lo dilatano. Nella sala, ogni volta che la musica prende il sopravvento, l’aria cambia: la spiaggia ordinaria si trasforma in luogo rituale, in soglia tra l’oggi e l’altrove.
La regia di Berardi e Casolari gioca con pochi elementi ma li usa fino in fondo. Le cabine diventano barriere, fardelli, pareti da portare sulle spalle; gli ombrelloni si aprono a uno a uno fino a riempire lo spazio, come una foresta colorata fin troppo allegra per essere davvero rassicurante; le sdraio sono ora lettini da sole, ora troni improvvisati, ora rifugi precari. Si ride spesso – i passaggi su Circe, Calipso, i Proci trasformati in figure del nostro presente sono irresistibili – ma ogni risata arriva sempre con un piccolo spigolo dentro, un retrogusto di riconoscimento: siamo noi, sono le nostre ossessioni, le nostre dipendenze dagli schermi, dal consenso, dall’idea di dover “funzionare” sempre.
Senza mai scadere nel sermone, “LidOdissea” mette a fuoco una generazione larga, che va ben oltre i giovani: uomini e donne tra i trenta, i quaranta, i cinquanta anni schiacciati tra la paura di fallire e la necessità di mostrarsi costantemente performanti. La sensazione è quella di vivere in una corsa infinita: il tempo è sempre troppo poco, lo spazio si allarga a dismisura (siamo ovunque, sempre raggiungibili), e intanto l’io si sfalda. Ulisse, Penelope e Telemaco sono tre facce della stessa domanda: dove mi colloco, oggi, in un mondo che mi chiede di essere vincente, veloce, connesso, giovane per sempre?
In questo quadro, il tema della cecità – personale e collettiva – attraversa lo spettacolo come una linea sotterranea. Non riguarda solo gli occhi di chi è in scena: è una cecità mentale, una mancanza di prospettiva che ci impedisce di vedere davvero l’altro, e forse anche noi stessi. In sala, più di una volta, l’impressione è quella di essere chiamati direttamente in causa: non come pubblico accusato, ma come compagni di viaggio che condividono lo stesso smarrimento.
Dal punto di vista formale, “LidOdissea” è uno spettacolo compiuto, riconoscibile nello stile della Compagnia Berardi Casolari: linguaggio rapido e musicale, alternanza continua di registri comici e tragici, immagini sceniche nitide e mai ridondanti. Il ritmo non molla quasi mai, se non in alcuni passaggi in cui la densità dei temi rischia di travolgere, più che accompagnare, lo spettatore. Ma anche in quei momenti si percepisce la volontà di restare aderenti al caos del nostro tempo, senza semplificarlo.
Interessante, sul piano dell’accessibilità, la scelta di prevedere anche l’audiodescrizione dal vivo tramite app dedicata: un segno concreto del modo in cui questa “Odissea” vuole parlare davvero a tutti, non solo per contenuti ma anche per modalità di fruizione.
“LidOdissea” è una recensione vivente del nostro presente: un’Odissea contemporanea, irriverente e dolorosa, che parte dalla spiaggia di uno stabilimento balneare per arrivare dritta nel punto più vulnerabile delle nostre vite iperconnesse. Un viaggio teatrale che, uscendo da Spazio Rossellini, continua a risuonare addosso come il rumore del mare dopo una lunga giornata in spiaggia, quando ti accorgi che quella risacca non è più solo fuori, ma ormai è diventata tutta interiore.























