Il 21 ottobre 1860 non fu un giorno come gli altri. Nel cuore di un autunno che profumava di rivoluzione e speranza, milioni di cittadini del Mezzogiorno si recarono alle urne per rispondere a una domanda che avrebbe deciso il destino d’Italia: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti?». Il plebiscito che si tenne simultaneamente a Napoli, in Sicilia e in tutte le province del Regno delle Due Sicilie segnò la fine del dominio borbonico e aprì la strada alla nascita del Regno d’Italia. Ma dietro il mito di un popolo unito e concorde si celava una realtà più complessa, fatta di esclusioni, contraddizioni e promesse ancora lontane dall’essere mantenute, tra entusiasmo patriottico, propaganda politica e profonde contraddizioni sociali.
Dopo lo sbarco dei Mille a Marsala e la rapida caduta del potere borbonico, Garibaldi aveva assunto la dittatura “in nome di Vittorio Emanuele II”. L’eroe dei due mondi sapeva che la legittimità politica del suo intervento doveva passare attraverso un voto popolare, anche se le modalità di quel voto erano tutt’altro che democratiche nel senso moderno del termine. Il suffragio universale non esisteva: potevano votare solo gli uomini con più di ventun anni che sapessero leggere e scrivere e che pagassero una certa quota di imposte dirette. La stragrande maggioranza della popolazione — contadini, braccianti, analfabeti — era dunque esclusa dal processo decisionale.
Su quasi nove milioni di abitanti, appena un milione e trecentomila persone ebbero diritto di voto. I numeri ufficiali raccontano un plebiscito trionfale: 1.302.064 “Sì” e soltanto 10.312 “No”. In Sicilia i favorevoli superarono i 430.000, con meno di 700 contrari. Percentuali bulgare che colpirono gli osservatori stranieri e alimentarono il mito dell’unanimità nazionale, ma che oggi gli storici leggono con maggiore cautela. Molti votarono per imitazione o per convenienza, altri per entusiasmo patriottico, altri ancora sotto la pressione delle autorità locali. In diversi centri rurali le schede erano già compilate, e spesso il voto avveniva pubblicamente, davanti ai notabili del paese.
Eppure, nonostante le ombre, quel 21 ottobre segnò qualcosa di irripetibile. Per la prima volta nella storia italiana, milioni di cittadini — seppur una minoranza privilegiata — furono chiamati a esprimersi su un’idea politica collettiva: l’Italia come nazione. La partecipazione, pur limitata, aveva un valore simbolico immenso. Napoli e Palermo, separate per secoli da tradizioni e governi diversi, votarono lo stesso giorno, per lo stesso sogno. Quel gesto diede al Risorgimento una dimensione popolare, almeno nell’immaginario, e permise a Garibaldi di presentarsi al re Vittorio Emanuele II con un mandato che appariva legittimo e condiviso.
Pochi giorni dopo, il 26 ottobre 1860, avvenne l’incontro di Teano: Garibaldi consegnò simbolicamente il Sud al re, chiudendo la sua impresa e aprendo la via alla monarchia costituzionale. Il 4 novembre furono proclamati ufficialmente i risultati del plebiscito e, cinque mesi più tardi, il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II divenne Re d’Italia.
Ma la realtà, come spesso accade, fu meno luminosa del mito. L’unificazione portò con sé nuove tasse, la leva obbligatoria e un’amministrazione percepita come estranea e lontana. Molti contadini si sentirono traditi, e in pochi anni il Mezzogiorno precipitò in una spirale di disillusione e conflitti che avrebbero dato origine al brigantaggio. Il voto del 21 ottobre 1860 non fu la conclusione del Risorgimento, ma piuttosto l’inizio della lunga e difficile costruzione dell’Italia reale.
Resta però intatto il suo valore simbolico. Quel giorno, anche se solo una parte ristretta del popolo ebbe voce, nacque l’idea di una comunità politica che andava oltre i confini dei vecchi regni. Il plebiscito del 1860 fu il battesimo della nazione italiana: un voto imperfetto, parziale, ma decisivo per trasformare un sogno in una storia comune.























