Il 14 ottobre 1994 il Comitato norvegese per il Nobel annunciò l’assegnazione del premio per la pace a tre figure che, fino a poco tempo prima, si erano trovate su fronti opposti di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Novecento: il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yasser Arafat, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il suo ministro degli esteri Shimon Peres. Il riconoscimento arrivava a poco più di un anno dagli Accordi di Oslo, firmati a Washington nel settembre 1993, e rappresentava il simbolo di una speranza che il mondo intero guardava con trepidazione: la possibilità concreta di una pace tra Israele e Palestina.
Quegli accordi, mediati proprio in Norvegia, avevano segnato una svolta storica. Per la prima volta, Arafat e Rabin si erano stretti la mano, riconoscendo reciprocamente l’esistenza politica dei due popoli e avviando un processo di dialogo basato sulla coesistenza e la creazione di un’autonomia palestinese nei territori occupati. Fu un gesto di enorme coraggio politico, in un contesto dove ogni concessione poteva essere interpretata come un tradimento. Rabin, generale dell’esercito e uomo del realismo politico, comprese che la sicurezza di Israele non poteva fondarsi solo sulla forza militare; Arafat, simbolo della causa palestinese, accettò di riconoscere Israele rinunciando ufficialmente alla lotta armata. Shimon Peres, dal canto suo, aveva giocato un ruolo decisivo nei negoziati, convinto che il futuro della regione dovesse poggiare su una cooperazione economica e culturale tra i due popoli.
L’annuncio del Nobel non fu accolto ovunque con entusiasmo. In Israele una parte della popolazione considerava Arafat un terrorista, responsabile di anni di attacchi e morti; tra i palestinesi, invece, molti giudicavano Rabin e Peres complici dell’occupazione e diffidavano delle promesse di uno Stato che ancora sembrava lontano. Eppure, la comunità internazionale vide in quella scelta un segno di straordinaria apertura: tre uomini che, pur divisi da decenni di odio, avevano deciso di trasformare la logica della guerra in quella del compromesso.
Il sogno della pace, tuttavia, si infranse troppo presto. Il 4 novembre 1995, poco più di un anno dopo la consegna del premio, Yitzhak Rabin fu assassinato a Tel Aviv da un estremista israeliano contrario al processo di Oslo. Quell’omicidio segnò un punto di non ritorno, aprendo una fase di disillusione e di nuove tensioni. Arafat, rimasto l’unico simbolo del dialogo, vide progressivamente erodersi il consenso e il potere effettivo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Gli anni successivi furono segnati da attentati, operazioni militari e fallimenti negoziali, fino alla seconda Intifada e alla morte dello stesso Arafat nel 2004.
Eppure, nonostante tutto, il Nobel del 1994 resta uno dei momenti più emblematici del secondo dopoguerra. In quella fotografia, il mondo vide la possibilità che la politica potesse superare l’odio, che la diplomazia potesse essere più forte dei fucili. Il premio non consacrava la pace raggiunta, ma la pace tentata: il coraggio di provarci, pur sapendo quanto fosse fragile.























