Quando la politica decide senza tener conto delle inevitabili conseguenze sociali, a pagarne il prezzo sono spesso le fasce più fragili della popolazione. L’abolizione del Reddito di Cittadinanza (RdC), avvenuta a gennaio 2024, sembra confermare questa dinamica preoccupante, evidenziando un forte legame tra il venir meno di un sostegno economico fondamentale e l’aumento della microcriminalità in Italia.
L’introduzione del Reddito di Cittadinanza nel 2019 aveva rappresentato un punto di svolta cruciale per contrastare la povertà assoluta e l’emarginazione sociale. Secondo i dati ufficiali forniti dall’INPS, nel solo 2022 quasi due milioni di italiani avevano beneficiato direttamente del sussidio, riuscendo a uscire da condizioni di estrema indigenza e precarietà economica. La sospensione di questa misura di welfare ha improvvisamente lasciato migliaia di famiglie senza quel fondamentale aiuto necessario per soddisfare bisogni essenziali come cibo, casa e cure mediche.
La relazione tra povertà e criminalità è nota da tempo e gli ultimi dati disponibili lo confermano proprio mentre il sussidio veniva smantellato. L’Indice della Criminalità 2024 del Sole 24 Ore rileva che nel 2023 – anno in cui il RdC è stato gradualmente tolto – si sono contate 16.561 rapine in pubblica via (+9,5 % sul 2022 e +24,5 % sul 2019) e 16.645 denunce di percosse (+3,1 %).
A questa cornice si aggiungono i numeri contenuti in una ricerca indipendente condotta attraverso l’incrocio di fonti istituzionali (Ministero dell’Interno, ISTAT, Censis) e rapporti territoriali, focalizzata sugli effetti della sospensione del Reddito di Cittadinanza sull’andamento della microcriminalità: nel 2024 le denunce complessive di reato in Italia hanno raggiunto 2.388.716 casi, +2,0 % sul 2023 e +4 % sulla baseline 2019; i furti in abitazione sono balzati a 147.660 (+10,4 % sul 2022), mentre le rapine per strada si sono attestate a 16.510 episodi (+24,1 % sul 2019). Nella sola Roma, le rapine in pubblica via sono cresciute del 24 % anno su anno, e i furti totali – casa, strada, borseggi – hanno registrato un balzo del 17 % nel 2023 per poi stabilizzarsi su livelli ancora più elevati nel 2024. Nel complesso, il biennio 2023‑2024 segna oltre 132.000 delitti in più rispetto al biennio 2021‑2022, con un contributo prevalente dei reati predatori tipici della microcriminalità.
Il 58° Rapporto Censis (dicembre 2024) fotografa 271.033 denunce nei capoluoghi monitorati (+5,5 % sul 2023 e +23,2 % sul 2019); le rapine in pubblica via salgono a 2.014 episodi, mentre i furti rappresentano il 42,7 % del totale dei delitti. A livello territoriale, la Corte d’Appello di Venezia segnala un aumento del 28 % dei reati contro il patrimonio fra giugno 2023 e giugno 2024, con un forte rimbalzo di furti e scippi. Questi numeri delineano un quadro in cui la microcriminalità cresce in parallelo alla perdita di un sostegno economico minimo, trasformando il disagio sociale in pressione delinquenziale.
L’abolizione del RdC non ha solo tolto risorse alle famiglie già vulnerabili, ma ha implicitamente scaricato sulla collettività un costo ancora più alto, quello della sicurezza pubblica. Il fenomeno della microcriminalità non è solo una minaccia per la sicurezza quotidiana dei cittadini, ma rappresenta anche un segnale di allarme sociale ben più ampio, sintomatico di una politica economica e sociale incapace di leggere le reali esigenze del paese.
Va inoltre sottolineato che, nonostante la disoccupazione complessivamente diminuisca in numeri assoluti, esistono categorie di persone che continuano ad avere forti difficoltà nel trovare un lavoro, specialmente quando si è superata una certa età o quando non si posseggono adeguati titoli di studio. Per queste persone, il mercato del lavoro può risultare particolarmente ostile, rendendo il sussidio economico non una semplice alternativa, ma una necessità vitale per garantire la sopravvivenza e prevenire il rischio di esclusione sociale.
È utile ricordare che la spesa annuale per il Reddito di Cittadinanza si aggirava intorno agli 8 miliardi di euro, una cifra certamente significativa ma che appare modesta se confrontata con altre voci di spesa pubblica: basti pensare ai 14 miliardi di euro stimati per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, agli oltre 25 miliardi annui persi a causa dell’evasione fiscale, o agli ingenti fondi previsti per il riarmo e la difesa nazionale, che ammontano a circa 18 miliardi di euro annui. Tali paragoni suggeriscono come la scelta di cancellare il RdC sia stata più ideologica che economica, considerata la portata limitata della spesa rispetto ad altri impegni finanziari dello Stato.
Occorre inoltre riflettere sui costi aggiuntivi che l’aumento della criminalità impone allo Stato in termini di sicurezza, forze dell’ordine e interventi giudiziari: costi che potrebbero essere significativamente ridotti reintroducendo il Reddito di Cittadinanza, che fungerebbe come deterrente sociale, limitando il disagio economico alla radice e prevenendo l’insorgenza di comportamenti delinquenziali.
Ignorare questa relazione equivale a chiudere gli occhi di fronte ad un problema destinato solo a peggiorare se non si interverrà con misure adeguate e tempestive. È urgente ripensare le strategie di welfare e sostegno alla povertà, restituendo dignità e sicurezza alle persone più vulnerabili. Misure alternative, come il sostegno diretto alle famiglie in difficoltà e interventi mirati al reinserimento lavorativo, dovrebbero essere messe in atto in modo prioritario.
La politica ha il dovere di rivedere le proprie scelte alla luce dei dati e delle evidenze sociali, evitando errori che rischiano di lasciare una cicatrice profonda nel tessuto sociale italiano. Il ritorno a forme efficaci di sostegno economico non è solo una questione di solidarietà, ma una scelta strategica per garantire stabilità e sicurezza all’intera collettività.
Filippo Piccini























