Quando Umberto Eco pubblicò A passo di gambero nel 2006, non poteva ancora assistere all’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti né al successivo ritorno sulla scena politica dell’ex presidente, con al seguito la corte di miliardiari delle big tech spalleggiati da Elon Musk. Eppure, la sua analisi su un mondo in regressione, che si muove all’indietro pur essendo tecnologicamente avanzato, risulta oggi più che mai attuale. Eco parlava di un “Medioevo high-tech”, una società in cui la rivoluzione digitale e la globalizzazione non conducono ad un progresso umano, ma piuttosto ad una frammentazione culturale e ad una regressione politica.
L’elezione di Trump e la sua retorica populista si inseriscono perfettamente in questo scenario. Nel suo libro, Eco avvertiva che il XXI secolo non sarebbe stato necessariamente sinonimo di progresso, ma avrebbe potuto replicare meccanismi tipici del Medioevo, in cui il potere e la conoscenza erano concentrati nelle mani di pochi. Il ritorno di Trump è il simbolo di questa tendenza: un leader che sfrutta il potere dei media, delle piattaforme digitali e delle fake news per consolidare il consenso, mentre l’Europa si trova sempre più marginalizzata rispetto agli equilibri geopolitici globali.
Secondo Eco, il “passo di gambero” rappresenta l’illusione di una società che si crede in continua crescita, mentre in realtà arretra nei diritti, nelle libertà e nella qualità del dibattito pubblico. Oggi vediamo con chiarezza questo fenomeno: l’avanzamento tecnologico ha portato a un’iperconnessione senza precedenti, ma anche ad una polarizzazione estrema dell’opinione pubblica. I social network, anziché creare un’agorà democratica, hanno favorito la disinformazione e il tribalismo politico.
Il caso Trump è emblematico. La sua ascesa e il suo ritorno sulla scena politica dimostrano come la comunicazione digitale, anziché illuminare il dibattito pubblico, possa essere usata per costruire narrazioni distorte, basate su paura, rabbia e disillusione. Eco aveva già previsto questo rischio: un’epoca in cui il sapere è accessibile a tutti, ma pochi lo sanno interpretare, mentre le masse restano vulnerabili alla manipolazione.
Eco ipotizzava un futuro in cui l’Europa avrebbe perso centralità, schiacciata tra le nuove superpotenze economiche e digitali. A quasi vent’anni dalla pubblicazione del libro, questo scenario è realtà. Mentre gli Stati Uniti oscillano tra isolazionismo e populismo, la Cina rafforza la sua influenza globale attraverso la tecnologia e l’intelligenza artificiale. L’Europa, invece, appare spesso incapace di rispondere con una visione unitaria, frammentata tra nazionalismi emergenti e crisi politiche.
Se il Medioevo fu un’epoca di signorie locali e potere frammentato, oggi assistiamo ad un fenomeno simile: le big tech sono le nuove autorità, capaci di influenzare elezioni, orientare il mercato dell’informazione e condizionare le opinioni pubbliche. La politica, anziché governare questi cambiamenti, sembra subirli passivamente.
Il rischio che Eco paventava è che il mondo si divida sempre più tra élite iper-tecnologizzate e masse disorientate. L’elezione di Trump e il consolidarsi di altri leader populisti nel mondo suggeriscono che la tendenza non si è arrestata. Tuttavia, se il Medioevo storico è stato seguito dal Rinascimento, possiamo sperare che anche questo “Medioevo high-tech” sia solo una fase transitoria.
Il futuro dipenderà dalla capacità delle società democratiche di contrastare la disinformazione, di regolamentare il potere delle grandi piattaforme digitali e di riaffermare i valori dell’illuminismo e del pensiero critico. Solo così potremo evitare di muoverci a passo di gambero verso un futuro che assomiglia sempre più ad un passato che credevamo superato.
Filippo Piccini























