Nel panorama teatrale contemporaneo, “CA.NI.CI.NI.CA” di Greta Tommesani e Federico Cicinelli emerge come un’opera che sfida le convenzioni tradizionali del teatro politico. Lo spettacolo, in scena al Teatro Basilica dal 21 al 24 novembre 2024, affronta il tema dello sfruttamento dei lavoratori immigrati nei campi di pomodori italiani, ma lo fa attraverso un prisma complesso e multiforme che rifiuta le facili soluzioni narrative.
Sul palcoscenico immacolato, bianco come la pagina ancora da scrivere, Tommesani e Cicinelli creano un dialogo continuo che oscilla tra rappresentazione e meta-teatro. La loro performance non si accontenta di denunciare: interroga il ruolo stesso del teatro come mezzo di comunicazione sociale. Come può l’arte parlare di sfruttamento senza diventare essa stessa uno strumento di sfruttamento? Come raccontare storie di sofferenza senza trasformarle in mero spettacolo?
La forza dello spettacolo risiede proprio nella sua capacità di destrutturare continuamente se stesso. I performer alternano momenti di narrazione diretta a improvvise interruzioni, cambi di registro e di identità, creando un ritmo irregolare che riflette l’impossibilità di trovare una forma “giusta” per raccontare l’ingiustizia. Il momento più potente arriva quando il palco viene violentemente macchiato dal rosso dei pomodori, una metafora viscerale del sangue nascosto nella filiera alimentare.
Particolarmente interessante è la scelta di Tommesani di incorporare la sua esperienza accademica – una laurea in Cooperazione internazionale con una tesi proprio sulla filiera del pomodoro – non come fonte di autorità, ma come ulteriore elemento di tensione. Il sapere accademico viene messo in discussione tanto quanto le altre forme di narrazione.
Ciò che rende “CA.NI.CI.NI.CA” un’opera fondamentale nel teatro contemporaneo è la sua capacità di trasformare l’impotenza in potenza. Mentre molti spettacoli politici cercano di offrire risposte o soluzioni, quest’opera ha il coraggio di abitare lo spazio dell’incertezza. Nel farlo, paradossalmente, diventa più efficace di molti manifesti politici espliciti. Ci ricorda che l’arte più potente non è quella che pretende di avere tutte le risposte, ma quella che ci aiuta a formulare domande migliori.
Lo spettacolo suggerisce che forse il vero cambiamento sociale non passa attraverso grandi gesti teatrali o denunce eclatanti, ma attraverso la paziente costruzione di una consapevolezza critica. È un invito a riconsiderare non solo il tema dello sfruttamento, ma anche il nostro ruolo come spettatori e cittadini. In un’epoca in cui il teatro politico rischia spesso di cadere nella trappola del sensazionalismo o della retorica vuota, “CA.NI.CI.NI.CA” ci mostra una via alternativa: quella del dubbio costruttivo e della resistenza pensante.
È uno spettacolo che resta con lo spettatore molto dopo che le luci si sono spente, non per le risposte che offre, ma per le domande che continua a suscitare.























