L’ASTENSIONISMO AIUTA I DISONESTI

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L’astensionismo elettorale rappresenta una delle più serie minacce alla democrazia contemporanea. I recenti dati elettorali in Italia confermano questa preoccupante tendenza: quando la partecipazione al voto scende drasticamente, come accaduto nelle recenti elezioni in Liguria dove l’astensionismo ha raggiunto il 54,1%, ci troviamo di fronte ad un paradosso democratico dove le decisioni che riguardano tutti vengono prese da una minoranza di cittadini.

Il caso ligure è emblematico: il governo regionale è stato determinato da una percentuale che rappresenta appena il 20% dei potenziali votanti, una situazione che si rispecchia anche a livello nazionale con l’attuale governo. Questo scenario nasconde una realtà ancora più inquietante: tra coloro che si recano alle urne, una parte significativa è costituita da chi ha interessi diretti da proteggere o preservare. Chi beneficia di posizioni di privilegio, chi è inserito in reti clientelari, chi ha ottenuto vantaggi attraverso pratiche corruttive o chi gode di rendite di posizione difficilmente rinuncerà al proprio diritto di voto. Questi gruppi, benché numericamente minoritari nella società, acquisiscono un peso sproporzionato proprio grazie all’astensionismo di massa, trasformando di fatto il voto da strumento di democrazia a mezzo di conservazione di privilegi acquisiti. Le percentuali apparentemente equilibrate tra Centro Destra (48,8%) e Centro Sinistra (47,3%) mascherano questa realtà ben più preoccupante: il vero vincitore è il “partito del non voto”.

Le ricerche sul fenomeno dell’astensionismo in Italia rivelano un dato paradossale: tra chi sceglie di non votare si trovano proprio le categorie che avrebbero maggior bisogno di rappresentanza politica. Si tratta principalmente di persone con basso grado di istruzione, reddito limitato e età avanzata. Questi cittadini, spesso disillusi dalla politica, non esercitano quel diritto al voto conquistato con tante lotte nel secolo scorso.

La disaffezione verso la politica è comprensibile, soprattutto quando si assiste a casi di malgoverno o corruzione. Tuttavia, rispondere all’inefficienza o alla disonestà con il non voto rischia di creare un circolo vizioso: minor partecipazione significa minor controllo democratico, che a sua volta può favorire la persistenza di pratiche poco trasparenti nella gestione della cosa pubblica.

L’astensionismo può essere interpretato come una forma di protesta silenziosa, ma è una protesta che rischia di essere controproducente. Non votare non danneggia il “sistema” che si vorrebbe contestare, ma paradossalmente lo rafforza, permettendo a minoranze organizzate di avere un peso sproporzionato nel processo decisionale. Nel contesto attuale italiano, questo rischio è ancora più evidente con le proposte di riforma costituzionale come il premierato, che potrebbero ulteriormente alterare gli equilibri democratici assegnando premi di maggioranza significativi (55%) alla lista vincente e depotenziando le istituzioni di garanzia.

La convinzione diffusa tra gli astensionisti che “nulla cambierebbe” qualunque partito governi, per quanto possa trovare riscontri nella storia recente, nasconde un pericolo ancora maggiore: l’indebolimento progressivo del sistema democratico. La democrazia non è un meccanismo automatico che funziona da sé, ma richiede la partecipazione attiva dei cittadini, la loro vigilanza, il loro impegno costante.

È necessario quindi un rinnovato impegno civico, che parta dalla consapevolezza che la democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte, ma va nutrita e difesa quotidianamente. Questo significa non solo recarsi alle urne, ma anche informarsi, partecipare al dibattito pubblico, vigilare sull’operato degli eletti.

Solo attraverso una partecipazione consapevole e diffusa possiamo sperare di costruire una società più giusta e trasparente, dove gli interessi particolari cedano il passo al bene comune. Il voto è lo strumento principale che abbiamo per farlo. Non usarlo significa non solo rinunciare alla possibilità di essere protagonisti del cambiamento, ma anche rischiare di aprire la strada a derive antidemocratiche che la storia ci ha già tristemente insegnato a riconoscere.

Filippo Piccini

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