Biuti Quin Olivia // Federica Martino

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Biuti Quin Olivia è un film del 2002, esordio della regista Federica Martino, che non ha incontrato il successo del grande pubblico (nonostante sia valso una candidatura al Nastro d’argento a Carolina Felline come miglior attrice protagonista) probabilmente perchè non è stato confezionato con quello scopo, nonostante risulti un film gradevole e non scontato, che si differenzia dal prodotto medio proprio per la sua ingenua autenticità.

Ci troviamo nella periferia di Roma dei primi anni ’80, Olivia (Carolina Felline) è un’adolescente ribelle con una situazione familiare difficile: la madre Franca (Elena Bone) si è appena licenziata dal lavoro di cameriera, il padre adottivo Salvatore (Manrico Gammarota) è un invalido civile che vive dentro casa con la pensione minima di invalidità, e picchia spesso la figlia minacciandola di ricovero in un centro per minori se non si allinea ai suoi standard. A scuola Olivia incontra una coetanea, Lilli (Eleonora Materazzo) espressione di una famiglia piccolo borghese, che infatti mal digerisce questa nuova frequentazione; è apparentemente molto diversa da lei nonostante tra le due si instaurerà una solida amicizia. Le ragazze fuggiranno insieme alla ricerca del vero padre di Olivia, in un viaggio verso “un mare in cui si tuffano pur incapaci di nuotare”.

Trattandosi di un film d’esordio (e sinceramente non ho trovato altre opere della regista, se non cortometraggi presentati a festival e concorsi vari) non si può non notare una sceneggiatura abbastanza fragile e immatura, che riesce però ad unire insieme con i tempi giusti i diversi sentimenti trattati: dal tenero al rabbioso fino a dei veri e propri attimi di poesia. Traspare nell’insieme la passione quasi gratuita della regista per il cinema. La storia è sicuramente un pretesto per far luce sui complicati meccanismi dell’adolescenza, ma non soltanto.

In un periodo come quello attuale in cui si parla di “devianza” e di “merito”, fa effetto la posizione del padre di Olivia (che rappresenta il conservatorismo più becero e volgare) di accettare la figlia soltanto quando sarà diventata “normale”; così come viene da chiedersi se esista o no un merito nel nascere in una situazione disagiata, e non si debba parlare piuttosto di disuguaglianza come principale causa e impedimento alla realizzazione personale di ognuno. La domanda è se siamo veramente sicuri che le risposte ai mali della nostra società si trovino nella restaurazione dei vecchi valori, e non invece in un’apertura mentale che ci porti ad un progressivo miglioramento, sociale e civile oltre che umano, ad affrontare anche le situazioni più complesse senza ricorrere alle semplici e schematiche risposte dei più conservativi.

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