La Dea del ’67 // Clara Law

la dea del '67

La Dea del ’67 è un film del 2000 della regista hongkongese Clara Law, che è stato menzionato in numerosi premi, tra cui quello come miglior attrice per Rose Byrne al Festival di Venezia di quell’anno e come miglior regista al Chicago Film Festival. Si può definire un borderline road movie, frammentato e incentrato sulla fotografia con immagini a grandi effetto emotivo.

Un ragazzo giapponese esperto di informatica, collezionista di serpenti, decide di andare in Australia a comprare la macchina dei suoi sogni trovata su internet, dopo essersene innamorato vedendo un film francese “Frank Costello faccia d’angelo” in cui Alain Delon, il protagonista, per i suoi spostamenti ruba solo un tipo di auto, la Citroen DS. Al suo arrivo scopre che il proprietario è stato ucciso barbaramente e al suo posto trova una ragazza cieca di diciassette anni, che promette di portarlo dal vecchio proprietario. I due si avventureranno con la vecchia DS del ’67 color rosa, attraverso il deserto australiano, nelle pieghe desolate di vecchi centri abbandonati. Durante il viaggio, carico di visionarietà, riemergeranno le ferite non ancora guarite del triste passato della ragazza, pieno di dolore e di solitudine, con un padre morboso e una madre ossessionata dal peccato e dal terrore del giudizio universale. Il viaggio alla fine si rivelerà liberatorio per entrambe.

La pellicola passa da un inizio più freddo ambientato in Giappone a un seguito in un’Australia quasi marziana, in un viaggio attraverso cui l’auto che funge quasi da navicella spaziotemporale in esplorazione di luoghi e tempi paralleli, dal paesaggio artificiale con cieli dipinti di blu, nuvole d’ovatta, interni hi-tech e colori elettrici. La suggestiva fotografia e la grande varietà di generi musicali sono una giusta realizzazione per un’opera che si presenta originale già nel soggetto, incentrato sulla ricerca di una vettura d’epoca tramite Internet negli anni del primo boom della new economy, in cui la rete era ancora alla sua versione “1.0”.

La pellicola è forse poco conosciuta al grande pubblico, ma merita perchè rappresenta sicuramente un buon esercizio di stile e stravaganza, che la rendono molto originale. La regista è riuscita nell’intento di ritrarre lo stato emotivo e spirituale delle persone attraverso il monocromo dei ricordi, descrivendo bene la progressione da un mondo reale ad uno dell’immaginazione. La scena più bella e degna di nota è la liberatoria iniziazione al ballo di Rose: un ballo scoordinato, frenetico, vitale, riscatto forse di un’intera vita di segregazione e repressione.

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