Tito e gli alieni // Paola Randi

tito e gli alieni

Tito e gli alieni è un film del 2018 diretto da Paola Randi, al suo secondo lungometraggio a otto anni dall’esordio con Into Paradiso. Commedia sci-fi, surreale e indipendente, è stato presentato alla 35° edizione del Torino Film Festival e al Bif&st, dove ha fatto molto parlare di sè. Una produzione italiana che aveva già tutte le premesse per diventare un piccolo gioiellino cult.

Un professore (Valerio Mastandrea) si trova nel deserto del Nevada, accanto all’Area 51, per lavorare ad un progetto segreto per conto del governo degli Stati Uniti, ma dopo aver perso la moglie, si isola dal resto del mondo: il suo unico contatto umano è Stella (Clémence Poésy), una ragazza che organizza per i turisti matrimoni a tema spaziale. Un giorno riceve un messaggio dalla sua città natale, Napoli: il fratello Fidel (Gianfelice Imparato), che sta per morire, gli chiede di prendersi cura dei due figli, Anita (Chiara Stella Riccio) e Tito (Luca Esposito). I due raggiungono lo zio in America aspettandosi le luci di Las Vegas, ma dovranno fare i conti con un uomo stralunato e un territorio in cui gli abitanti credono nell’esistenza degli alieni.

Lo stile registico di Paola Randi è molto ricercato, con trovate visive davvero suggestive che vengono esaltate dalle particolari scelte delle location (è stato girato in Spagna, Italia e Stati Uniti). Interessante inoltre l’utilizzo di una buona combinazione tra effetti speciali analogici e digitali, capace di produrre risultati originali, nonostante qualche saltuaria caduta di tono.

Ciò che caratterizza il film è una sorta di ingenuità esibita, ma autentica e mai fasulla, che convince del dolore del professore e della ricerca di affetto del piccolo Tito; si riesce anche a fare un discorso non banale sull’umanizzazione dei dispositivi e sulla fantasia come unica chiave per aprire ancora la porta dei sogni. Con ingegno si passano in rassegna la fine della vita, la solitudine e la morte, senza negarsi la gioia e senza svilire la fatica del dolore, con un’esuberanza e una libertà formale che lo mantengono in uno stato di giovinezza permanente. Degno di nota tra tutti, il fenomenale Valerio Mastandrea, che nel ruolo dell’afflitto scienziato offre un’interpretazione al tempo stesso comica e drammatica di grande spessore.

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