Ferie d’agosto // Paolo Virzì

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Ferie d’agosto, uscito nel 1996, è la seconda pellicola del regista toscano Paolo Virzì dopo l’esordio con La bella vita, e gli è valso il premio come Miglior film ai David di Donatello di quell’anno.

Nella piccola isola di Ventotene due gruppi di persone trascorrono le vacanze in due case contigue. Un gruppo fa capo al giornalista e intellettuale Sandro Molino (Silvio Orlando) e alla sua compagna Cecilia Sarcoli (Laura Morante) tipici rappresentanti della sinistra iper-progressista e dalle ampie vedute, l’altro gruppo fa capo invece a Ruggero Mazzalupi (Ennio Fantastichini), facoltoso proprietario di due armerie a Roma, rappresentante della destra più pragmatica e meno riflessiva.

Sfortunatamente un ragazzo extracomunitario viene ferito a causa di un proiettile sparato per scherzo da Ruggero, prontamente denunciato ai Carabinieri da Sandro. Ammettendo di aver commesso un gesto azzardato e nell’intento di farsi perdonare dal gruppo “rivale”, Ruggero organizza un incontro per la sera di Ferragosto, che diventa ben presto una specie di assemblea notturna. L’occasione dà luogo allo scontro tra le due mentalità, tra accuse ed interventi su piani differenti, principalmente sociali e politici. Entrambi hanno però un comune denominatore: il disagio, una specie di infelicità di fondo che, in forme esistenziali o ideologiche, affiora qua e là.

Il film è da considerarsi una tipica commedia italiana, seppur caratterizzata dalla tematica socio-politica. Per alcuni la rappresentazione data da Virzì, negli anni del post-elezioni in cui vinse per la prima volta Silvio Berlusconi con i partiti ex-fascisti e populisti, potrebbe risultare sbilanciata a sinistra, considerando che nonostante qualche affondo, non ne viene mai negata la superiorità morale ed intellettuale.

Ma forse, questo proprio perchè non si erano ancora raccolti i frutti del depauperamento culturale del ventennio berlusconiano. Una rappresentazione di questo tipo, se venisse proposta in un film di oggi, risentirebbe inevitabilmente di decenni di lavaggio del cervello in cui parole come “radical chic” o “buonista” (che ben rappresentano il protagonista che tanto si spende per difendere l’immigrato aggredito) hanno assunto addirittura una valenza negativa.

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