Ariaferma // Leonardo Di Costanzo

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Ariaferma, diretto da Leonardo Di Costanzo anche sceneggiatore con Bruno Oliviero e Valia Santella, è stato uno dei film più belli visti al Festival di Venezia 2021, e per questo avrebbe meritato di essere presentato in Concorso.

Un carcere ottocentesco, che ricorda il Panopticon idealizzato da Jeremy Bentham, è ormai in via di smantellamento e sta per essere chiuso. Arriva però un contrordine: 12 detenuti ed alcuni agenti di polizia penitenziaria dovranno restarci un po’ più a lungo degli altri perché la struttura che dovrebbe accogliere i reclusi rimasti non è al momento disponibile. Diventa quindi necessario gestire in modo nuovo il rapporto giornaliero, considerato che gran parte dell’edificio è ormai chiusa e sono sospese le principali attività, come i colloqui con i parenti e i pasti caldi della cucina.

Al centro della storia finiscono con il trovarsi l’ispettore Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) e il detenuto Carmine Lagioia (Silvio Orlando), i cui attori fanno a gara di bravura come protagonisti del film. Questo non deve però trarre in inganno, perché l’intera pellicola è un’opera corale in cui ogni dettaglio è curato con attenzione e partecipazione. Il regista non ha interesse ad intraprendere la strada del “prison movie” tradizionale, in cui si racconta lo stereotipo della vita in carcere, ma vuole scavare dentro i comportamenti di tutti, guardiani e prigionieri, per far emergere ciò che può unirli invece che dividerli.

Eccola, allora, la cosa in comune: l’umanità, il prendersi cura degli altri. Anche a costo di violare le regole, scritte e non scritte, che magari sono più assurde dell’atto vietato. Quella stessa umanità che, in Ariaferma, sta dentro ogni singolo personaggio, perfino i più marginali, i più spigolosi, i più moralmente complicati. Perfino in coloro che vengono disprezzati dagli altri detenuti.

Tutti siamo uguali davanti alla legge perché abbiamo pari dignità, in quanto esseri umani. Se qualcuno ha commesso errori nella vita ed è stato condannato al carcere, non per questo perde la sua dignità di persona e la sua umanità. Quello di Costanzo è un film che negli anni ’60 si sarebbe definito di “formazione”, che trasmette valori, cioè, e contribuisce a rafforzare il senso civico e morale.

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