Le invasioni barbariche // Denys Arcand

le invasioni barbariche copertina

Il regista Denys Arcand, autore anche de Il declino dell’Impero americano (1986), a distanza di quasi venti anni e con una nuova consapevolezza fornitagli dal dopo 11 settembre, prosegue con Le invasioni barbariche (2003) la sua riflessione sul mondo che cambia rapidamente, mescolando la commedia con il dramma e avendo sempre ben presente lo sfondo sociale.

Il protagonista Remy è all’ospedale per una malattia terminale. I suoi cinquant’anni li ha vissuti alla grande, godendo ogni piacere della vita, carnale quanto intellettuale. Ha un’ex moglie, Louise, che gli è sempre rimasta vicino, e un figlio, Sébastien, con cui non ha mai condiviso nulla. Quest’ultimo, spronato dalla madre in pena, organizza al capezzale del padre una memorabile rimpatriata, tra amici, colleghi, amanti, alunni e tanti altri personaggi.

Il bilancio storico che viene intavolato, passa in rassegna il neoliberismo rampante, la fine delle ideologie (di sinistra), l’agonia della cultura sgretolata dalla società dei consumi e del profitto, la morte di Dio. Ancora con una visione americanocentrica in cui gli Stati Uniti erano a pieno titolo l’unica super potenza mondiale, si intravede un’umanità che sarà divisa tra cittadini col passaporto USA ed estranei non residenti: europei, latini del Sud, asiatici, africani. Sono loro i nuovi barbari invasori.

Ad oggi, dopo quasi venti anni dall’uscita del film, possiamo dire che Arcand aveva visto lungo, al punto che gli stessi barbari che aveva individuato, ora si contendono con gli Stati Uniti un mondo non più unipolare. Addirittura a fronte degli avvenimenti intercorsi, dalla crisi economica alla globalizzazione persa, fino alla graduale sostituzione del dollaro come moneta di scambio, potrebbero già avere buone possibilità di riuscire a prenderselo per intero.

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