7 dicembre 1852: i martiri di Belfiore

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Viene eseguita la condanna a morte, in pieno Risorgimento, per il primo gruppo di patrioti italiani giudicati colpevoli di attività sovversiva contro l’occupazione austriaca a Mantova, rappresentata dal governatore generale del Lombardo-Veneto josef Radetzky.

Prendono il nome dalla valletta di Belfiore, località all’entrata occidentale di Mantova, dove almeno undici delle sentenze di morte furono eseguite. Esse rappresentarono il culmine della repressione austriaca seguita alla prima guerra d’indipendenza e segnarono il conseguente fallimento di ogni politica di riappacificazione.

Mantova era parte del patrimonio della Casa d’Asburgo d’Austria dal 1707. Capitale di un piccolo, ma assai ricco ducato, il cui territorio fu governato dai Gonzaga per quasi quattro secoli, la città presentava anche degli importanti vantaggi militari: tanto per la qualità delle fortificazioni, quanto per la posizione geografica, che consentiva di controllare il passaggio dal Veneto alla Lombardia, al punto che a partire dal 1815 gli austriaci ridussero la città a una sorta di grande piazzaforte, forse la più grande del Regno Lombardo-Veneto.

L’atteggiamento del governo austriaco subì un forte indurimento dopo la sconfitta dell’esercito di Carlo Alberto, che comandava l’esercito sardo e truppe formate da innumerevoli volontari lombardi, veneti e di molte altre regioni italiane. In un solo anno, dall’agosto del 1848 all’agosto del 1849, vennero eseguite 961 impiccagioni e fucilazioni, inflitte oltre 4.000 condanne al carcere per cause politiche, effettuate numerose requisizioni dei beni degli espatriati, imposti pesanti tributi e imposte straordinarie alle popolazioni.

Di conseguenza, il malcontento crebbe ulteriormente e i patrioti ripresero a incontrarsi e organizzarsi segretamente. Si creò un movimento cospirativo articolato e policentrico, con la nascita di società segrete insurrezionali in tutto il Lombardo-Veneto. Il comitato insurrezionale mantovano stampava proclami, aveva contatti con le cellule di Milano, Venezia, Brescia, Verona, Padova, Treviso e Vicenza, raccoglieva denaro vendendo le cosiddette ‘cartelle del prestito interprovinciale’ organizzato da Giuseppe Mazzini per finanziare iniziative rivoluzionarie.

Nel rinnovato clima repressivo la polizia austriaca riuscì ad arrivare all’arresto di don Enrico Tazzoli, il coordinatore del movimento, a cui vennero sequestrati molti documenti, fra i quali un registro cifrato in cui aveva annotato incassi e spese, con i nomi degli affiliati che avevano versato denari. Tazzoli non cedette agli interrogatori, condotti dall’auditore giudiziario Alfred von Kraus, ma la polizia austriaca riuscì a decifrare il registro individuando la chiave del cifrario, che era il testo latino del Padre nostro. Ciò consentì alle autorità austriache di procedere all’arresto di Poma, Speri, Montanari e altri iscritti di Mantova, Verona, Brescia e Venezia. Al termine furono 110 le persone rinviate a processo.

La mattina del 7 dicembre i cinque condannati (Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro, Damiano Chiesa, Fabio Filzi e Cesare Battisti), furono condotti nella valletta di Belfiore, situata fuori Porta Pradella all’ingresso ovest della città, ove furono impiccati. Nel marzo 1853 furono inflitte le ultime condanne contro i restanti ventitré cospiratori. Prima Tito Speri, Carlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, arciprete di Revere, furono condannati a morte e impiccati a Belfiore il 3 marzo 1853. Ai restanti venti imputati la condanna a morte venne commutata in vent’anni di reclusione. Più tardi venne condannato Pietro Frattini, impiccato il 19 marzo. L’ultima delle esecuzioni avvenne due anni dopo, il 4 luglio 1855, con l’impiccagione di Pietro Fortunato Calvi, avvenuta poco oltre il ponte di San Giorgio. Per somma ingiuria, e con gran dispetto alla pietà cristiana, il governo austriaco vietò il seppellimento degli impiccati in terra consacrata.

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